San Pellegrino Terme – La regola della solidarietà archiviata per la difesa della propria valle. I lavoratori dello stabilimento Sanpellegrino in Brembana non vogliono l’investimento con le lattine in veneto. Stefania Crogi è la segretaria generale degli alimentaristi della Cgil e non ha timore di ammettere che «la vicenda di Ruspino mi ha tolto il sonno». E il resoconto dell’ultima assemblea fatta dai delegati della Cisl parla testualmente di «clima surreale». Nel paesino della Brembana gli operai della San hanno scioperato per otto ore sia giovedì scorso che venerdì e minacciano di farlo per altre quattro ore anche oggi. Si battono per evitare la chiusura dell’impianto? Il padrone, la multinazionale svizzera Nestlé, sta usando le nuove norme sull’articolo 18 e vuole licenziare uno o più lavoratori? Niente di tutto ciò, gli operai bergamaschi lottano duramente per impedire che la maggior parte dei nuovi investimenti decisi dall’azienda vada verso il Veneto (non verso la Polonia o la Romania!), non vogliono che la nuova linea produttiva delle bibite in lattina venga installata nello stabilimento di San Giorgio a Bosco, in provincia di Padova.

La presa di posizione è così radicale che ha spiazzato i sindacati in una fabbrica dove Cgil e Cisl sono radicate e le relazioni industriali sono improntate alla collaborazione. Dopo un incontro in Confindustria a Bergamo con l’amministratore delegato della San Pellegrino, Stefano Agostini, sembrava che i problemi fossero stati appianati ma nell’ultima assemblea un gruppo di giovani operai ha preso il sopravvento, ha imposto un referendum all’istante e ha vinto con oltre 150 voti contro 89. Le confederazioni a livello locale stanno attente a non sconfessare apertamente gli scioperi e a creare fratture insanabili ma di giorno in giorno il disagio aumenta per il timore che la Nestlé, irritata dalle agitazioni, cambi radicalmente orientamento e decida magari di indirizzare l’investimento direttamente negli Stati Uniti, il mercato di sbocco più pregiato.

Le tradizioni del sindacalismo italiano sono da sempre orientate alla solidarietà territoriale tanto che ai tempi di Trentin, Benvenuto e Carniti si scioperava per il motivo opposto: costringere i padroni a incrementare la produzione al Sud. Ora invece si è sviluppata una nuova figura di operaio localista, che ha paura che la sua valle si spopoli e si deindustrializzi, che non vuole che le lattine prodotte in Veneto portino il marchio San Pellegrino che considera in qualche modo suo, della sua terra. E che di conseguenza è più attento alle parole di un sindaco battagliero come Vittorio , eletto da una lista civica di centro-sinistra, che a quelle dei sindacalisti. Roberto Weber della Swg che ha condotto diverse rilevazioni sugli slittamenti della cultura operaia non si sorprende più di tanto per la nascita di un conflitto localistico: «La Lega è in affanno ma le ragioni che l’avevano portata al successo non sono esaurite. Penso che vedremo altre rivolte come quella di Ruspino perché comunque c’è una domanda di tutela del territorio oggi inevasa». Gigi Petteni, segretario della Cisl lombarda e doc misura le parole: «Non è una posizione ideologica a muovere la protesta di Ruspino ma la paura. Il territorio ha già subito parecchie ferite, rispetto alle zone limitrofe della Lombardia e del Veneto conta più disoccupati e gli operai hanno perso fiducia nella possibilità che si raggiungano accordi e li si onori». Nasce così un sindacalismo fai-da-te in chiave locale che non può non preoccupare sia Petteni sia Crogi. «Le contrapposizioni non risolvono mai i problemi» ribattono.

Tutta la vicenda (surreale) inizia prima dell’estate del 2012 con la richiesta della Nestlé di montare nella fabbrica una nuova linea per produrre bibite in lattina, soprattutto aranciate e limonate che pur in tempi di crisi si vendono bene. In cambio l’azienda chiede un negoziato di scambio tra investimenti e flessibilità, niente di particolarmente complicato o reazionario. Per capirci non c’è nessun effetto Marchionne in . Dopo la prima sortita aziendale passa qualche tempo durante il quale la discussione fa dei timidi passi in avanti, intanto però al quartier generale della Nestlé arriva un input di mercato che costringe la dirigenza a rivedere i piani. L’allarme viene da San Giorgio a Bosco. I prodotti che escono da quello stabilimento (Acqua Vera, Recoaro e altri) stanno incontrando difficoltà di mercato e di conseguenza c’è il rischio che in Veneto si debba ricorrere alla cassa integrazione. Per evitarla la Nestlé decide un cambio di strategia industriale, i nuovi investimenti per le lattine andranno in Veneto in modo da saturare quell’impianto. La notizia inizialmente non preoccupa i vertici dei sindacati che pensano in questo modo di evitare la Cig. Non hanno però fatti i conti con gli operai di Ruspino che non sono dello stesso parere. In una prima fase i panni sporchi vengono lavati in famiglia, le proteste restano nel chiuso del sindacato ma i dirigenti più esperti, come Crogi, fiutano aria di tempesta. Così riaprono i colloqui con la Nestlé e riescono a convincere l’azienda a rafforzare il piano di investimenti deciso in precedenza: vengono confermati i circa 7 milioni per la nuova linea di Padova a cui se ne aggiungono circa 3 per riammodernare tecnologicamente le linee produttive di Ruspino. La multinazionale e i sindacati pensano così di aver trovato la quadra anche perché in tempo di recessione trovare un’azienda che investa sul colpo in Italia dai 9 ai 10 milioni non sempre è facile.

I bergamaschi però non mollano. Vogliono la nuova linea e non si accontentano di quello che in gergo tecnico si chiama «l’upgrading tecnologico» e nemmeno del fatto che nel frattempo l’azienda abbia stabilizzato 58 lavoratori a tempo determinato assumendoli. Sui siti locali escono commenti che esprimono sfiducia verso la Nestlé ma soprattutto la paura della crisi, la Val Brembana è considerata più a rischio del Veneto e gli operai non ci stanno e bloccano la produzione. In valle ricordano come già la si sia spostata tempo fa e da sia andata a Mapello, 25 chilometri più in là. Anche allora fu battaglia ma il sindacato ce la fece e alla fine convinse gli operai. «Spesso però sindaci e amministrazioni non ci aiutano e anzi fanno sponda alle chiusure identitarie» si sfoga Petteni. E Crogi confida che il coordinamento sindacato del gruppo Nestlé convocato per mercoledì 24 riporti la concordia: «Perché se la Nestlé si stufa Ruspino perde anche i suoi investimenti».

Dario Di Vico – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia