Alcuni dei manufatti che si descriveranno in questo scritto sono già apparsi anni fa sul bimestrale Notizie in occasione dei loro ritrovamenti. Tuttavia poiché il loro rinvenimento è stato abbastanza diluito nel tempo e poiché spesso avveniva poco prima che la rivista andasse in stampa, oltre all’annuncio della scoperta non c’è mai stata la possibilità di pubblicare il risultato di indagini e di confronti con manufatti simili di territori vicini a quello brembano per cui non è mai stato possibile evidenziare la sostanziale unitarietà di contesto, di stile di fattura e di notevole antichità che li caratterizzano. Questa analisi si è resa possibile invece nell’ultimo lasso di tempo ed è parso interessante riportarne i risultati per apprezzare e comprendere meglio il significato e la funzione di queste opere. Da tempo immemorabile esistono sul sagrato della chiesa parrocchiale di due facce scolpite, in gergo locale chiamate , che fanno da sostegno a due panchine di pietra: una è conservata piuttosto bene, l’altra è alquanto danneggiata nel naso. Una terza faccia in buono stato fu rinvenuta durante i lavori di ristrutturazione del sagrato sotto la guida dell’ex parroco di don Giulio Gabanelli nel 1972 e collocata ora nel Museo di S. Lorenzo di questo paese. I lineamenti dei tre visi, assai allungati e identici sono abbozzati in maniera essenziale per non dire schematica.

Ciò nonostante il risultato complessivo è di notevole eleganza. Queste facce sono in realtà dei capitelli su cui si appoggiavano i costoloni o nervature di rinforzo e sostegno delle volte a botte o a crociera che costituivano il soffitto delle stanze del castello visconteo di Zogno sui cui ruderi è stata costruita la chiesa parrocchiale nel 1452. Non di rado questi capitelli a loro volta si appoggiavano a semicolonnette, di pietra o di mattone, addossate ai muri. La loro funzione era di struttura portante ma anche di elemento decorativo. La pietra di cui sono fatte è un calcare piuttosto compatto proveniente quasi di certo da . Lo stile è senza dubbio tardo-romanico risalente a un periodo a cavallo tra il 1200 e il 1300 agli inizi della dominazione viscontea. Sempre grazie ai lavori di ristrutturazione del sagrato della parrocchiale di Zogno e dell’annessa canonica, sotto la guida dell’ex parroco don Giulio Gabanelli, nel 1971 da scavi all’interno del giardino della canonica stessa nell’angolo verso il sagrato è stata scoperta una fossa contenente una poderosa scultura di un fallo insieme a cospicue lastre di pietra che sono state riutilizzate nella sistemazione del vicino sagrato.

Il fallo è stato invece collocato in cima al muro del giardino della canonica presso il punto di ritrovamento dove si vede anche oggi. La pietra di cui è fatta questa scultura è sempre il calcare di Endenna di un colore grigio più scuro rispetto a quello delle facce indicate prima. La fattura di questo manufatto è pregevole, abbastanza precisa e realistica. Proprio per questo aspetto assai naturalistico e per il senso di pudore che caratterizzava la cultura generale sino a qualche tempo fa tale scultura è stata volutamente nascosta e tenuta sepolta per vari secoli. La sua riscoperta e messa in mostra non deve scandalizzare in quanto il sesso in tempi assai antichi non era visto in modo superficiale, consumistico e banale come oggi ma era visto all’interno di un contesto di grande rispetto quasi di sacralità, pur rimanendo sempre un fatto naturale, poiché dal sesso derivava e deriva la vita. È proprio il modo di rappresentare questo fenomeno fondamentale e misterioso della natura con un oggetto dall’aspetto trionfalistico per le sue dimensioni vistose e monumentali, pensate apposta per celebrare una divinità pagana, a suggerirci che l’ignoto autore di quest’opera si sia fatto condizionare da primitive tradizioni celtiche sopravvissute sino alla conquista definitiva della Lombardia da parte dei Romani.

Per tale motivo si può far risalire in modo ragionevole l’origine di tale scultura a un’epoca protostorica di circa 2000 anni fa o poco più Sopra la porta laterale, di epoca cinquecentesca, della chiesa del convento di Santa Maria in Zogno è murata una croce di tipo greco all’interno di una doppia cornice recante la data 1325 in caratteri latini in basso a sinistra: .M.C.C.C.X.X.V. Tale data tuttavia, in modo assai singolare e unico per il territorio , è incisa non in orizzontale ma in senso verticale e dal basso verso l’alto.

Gli elementi decorativi più vistosi sono degli anelli che ricoprono in modo completo i bracci della croce che possono essere pensati come una stilizzazione dei fasci annodati, o tralci di vite, che ricoprivano spesso le croci di epoca romanica, derivate però come matrice da quelle longobarde. Questi anelli potrebbero anche ricordare le pietre preziose che erano incastonate nelle croci laminate in oro e argento, oggetti di grande venerazione, che erano e sono presenti ad esempio nei tesori del duomo di Milano, di Monza e di Brescia oltre che al Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli. Le terminazioni trilobate dei bracci, molto evidenziate e costituite da sferette, sono riconducibili a uno stile tardo-romanico ma la doppia cornice strombata entro cui la figura è inscritta, come a formare un quadro di pietra, annuncia già un nuovo gusto, quello gotico, come del resto suggerisce la data incisa. La pietra di cui è fatta questa opera è arenaria di ambito non strettamente locale. Comunemente si pensa che questa croce sia legata alla costruzione o alla consacrazione dell’antica chiesa di Santa Maria. Al momento però manca ogni documentazione certa relativa a questo fatto. Chi scrive ritiene tuttavia che tale scultura possa essere anche il residuo di una tomba o monumento funerario di qualche personaggio zognese di rilievo sepolto in quel luogo prima che venisse costruita la chiesa di Santa Maria.

Nel 1965 durante i lavori di scavo nei giardini della villa Bonesi, contigui al lato nord della piazza Italia a Zogno, per la costruzione della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, oggi Banca Intesa S. Paolo, venne rinvenuto un consistente macigno tondeggiante che, non riconosciuto dagli operai, venne scaricato sulle rive del Brembo non lontano dalla passerella che conduce a Stabello. Lo riconobbe invece il signor Giovanni Mazzoleni, conosciuto di persona da chi scrive, che in quella zona produceva manufatti di cemento per l’edilizia. Lo trattenne per qualche tempo presso di sé salvandolo da una perdita sicura e lo cedette dopo non molto ad un suo cliente che pure lavorava nell’edilizia: l’impresario Virgilio di S. Giovanni Bianco. Costui dopo qualche altro tempo, su interessamento dell’ex parroco di Zogno don Giulio Gabanelli, lo regalò al costruendo Museo di S. Lorenzo nel marzo del 1986. Si tratta di una macina manuale costituita da due componenti abbinate.

La prima è un basamento fisso o supporto a forma di disco quasi piatto dotato di un vistoso becco sporgente per la raccolta del prodotto macinato. La seconda è un blocco a forma di mezza sfera dotato di una cavità centrale ad imbuto, per mettervi la sostanza da macinare, e di un manico con cui esso veniva fatto ruotare e sfregare sopra il basamento, come un rullo, per triturare vari tipi di prodotti della campagna. Tra questi vi erano di certo il frumento, il miglio, la segale, l’orzo e in tempi più recenti il granoturco e le noci. Sia il basamento che il rullo sono in pietra tonalite, una roccia eruttiva intrusiva trascinata in forma di massi dall’alta Valle Brembana fino a Zogno dalle piene del Brembo.

Le dimensioni di questa macina ci dicono che essa era usata a livello famigliare anche se il suo peso è ragguardevole. In antico quasi di certo il manico di ferro che si vede oggi per muovere il rullo era sostituito da un pezzo di legno duro. Il principio di funzionamento di questa macina costituisce un’evoluzione rispetto all’uso di pestelli di pietra o di legno di origini preistoriche ed è identico a quello di varie macine, di dimensioni assai maggiori, rinvenute a Pompei nelle quali il rullo superiore, tronco-conico, era fatto ruotare per mezzo di una trave di legno conficcata in esso e spinta a mano da una coppia di schiavi, o trainata da un mulo, costretti a camminare sempre in tondo. L’ottimo grado di perfezione nella realizzazione dei profili circolari, interni ed esterni, e del becco di scolo di questa macina fa risalire la sua origine a un’epoca tardo-romana (400 o 500 d. C.). A sostegno di questa idea vi è da ricordare che vicino al di Zogno, alla località Quadrèl, anni fa è stato rinvenuto in una tomba anche un vaso tardo-romano in cotto ora esposto al Museo della Valle.

Sul sagrato della chiesa di Zogno, verso nord, è cementato in terra un tozzo cilindro di pietra trovato nel 1975 seminterrato nel prato accanto alla chiesa parrocchiale di Spino al Brembo. Si tratta di un fonte battesimale proveniente dall’antica chiesa precedente quella attuale. La sua essenziale semplicità e funzionalità e la sua corposità tanto evidente e massiccia, garanzia di solidità, testimoniano il carattere alquanto primitivo di questo manufatto. Esso è caratterizzato infatti da una sola linea scultorea che è quella circolare presente sia nella forma cilindrica dell’intero oggetto sia nella cavità semisferica quasi perfetta della vasca contenente l’acqua. È in pieno stile romanico che per la nostra valle si colloca in modo ragionevole nella prima metà del 1200. Sul fondo della vasca oggi si nota un buco, che in antico ovviamente non esisteva, scavato in tempi recenti per utilizzare l’opera come fontana. La pietra di cui è costituita questa scultura è multino locale. A fianco della porta laterale rivolta a nord, un poco in alto a sinistra, della chiesa parrocchiale di Stabello è murata una bellissima croce di tipo latino i cui bracci sono ricoperti da tralci di vite circondanti al centro la mano di Cristo benedicente. Ai lati sinistro e destro di questa mano sono riconoscibili inoltre rispettivamente una sfera con dei raggi, rappresentante il sole, e una sorta di falce, rappresentante la luna, simboli presenti a volte sia nelle croci longobarde che in quelle romaniche. Questa croce nel suo insieme sembra evocare l’idea del Cristo-vite secondo un paragone famoso che Gesù fece tra se stesso, la comunità dei suoi seguaci o Chiesa e l’albero della vite. La scultura è incisa con grande raffinatezza tanto da sembrare un ricamo di pietra. Sia per il concetto che esprime sia per la tecnica utilizzata probabilmente è opera di un maestro esterno all’ambito brembano che doveva avere molta padronanza di questo lavoro come poteva avvenire solo nei cantieri ecclesiastici delle grandi città quali , Brescia o Milano. La bellezza e l’eleganza di questa scultura la rendono soprattutto un elemento decorativo e simbolico che poteva abbellire il basamento dell’altare o le balaustre che separavano la zona dell’altare da quella dei fedeli nella primitiva chiesa.

La pietra di cui è fatta tale scultura è un calcare locale di buona qualità, assai compatto e levigato tanto da sembrare marmo. Si tratta di uno stile romanico pieno riconducibile pertanto per il contesto brembano alla prima metà del 1200. La presenza del sole e del la luna, simboli religiosi pagani, potrebbe però anticipare di almeno un secolo l’origine di tale opera, a un tempo cioè in cui sopravvivevano ancora reminiscenze religiose di origine celtica. Nei primi anni “60” del 1900 l’impresario Battista Rota di soprannominato “ol Batistì di Nane” dovendo sistemare una parte di orto vicino alla chiesa parrocchiale di sul lato sud, dove più tardi venne realizzato il campo di calcetto, per trasformarlo in un piazzale di servizio alla chiesa, recuperò un busto di pietra che cedette dietro un simbolico compenso al signor Bernardino Pesenti di Zogno che a quel tempo abitava con la moglie Liliana Zanchi presso il noto mulino di . Questo busto stava incassato in parte in un muretto presente in quell’orto, sopra una scatola di ferro per la raccolta delle elemosine per i defunti, anche se da tempo non era più usata con questo scopo, presso una piccola fontana oggi scomparsa.

Quando i coniugi Pesenti-Zanchi alla fine di quegli anni “60” si trasferirono di casa a Zogno, in via , il signor Bernardino portò con sé questa scultura che dopo qualche tempo decise di incorniciare in bella mostra in una nicchia appositamente costruita nel suo giardino. Chi scrive ha visto per molti anni questa statua in quella nicchia ogni volta che si recava da suo cognato, il signor Onorato Pesenti, fratello di Bernardino, che abitava ed abita in una casa contigua a quella del fratello. Nel giugno 1987 i coniugi Pesenti-Zanchi decisero di donare questo manufatto al Museo di S. Lorenzo dove si può ammirare ancora oggi. Si tratta di un busto in pietra multino locale scolpito in modo rudimentale ma con tratteggi del volto umano ben riconoscibili quali gli occhi, il naso, la bocca e gli orecchi. Sul petto, squadrato e bombato, appare una croce di tipo greco inscritta in un contorno romboidale.

Questa figura rappresenta una croce celtica che classicamente è costituita da una croce circondata o intersecata da un cerchio. La grande difficoltà di incidere un cerchio su una superficie a sua volta tonda ha costretto l’artista a ricorrere alla figura del rombo che più si avvicina a quella del cerchio. Questa scultura proviene dall’area cimiteriale antica della chiesa parrocchiale di Poscante, che era attigua all’edificio, perché fin da tempi lontani il parroco locale e la gente comune ha scambiato questo residuo di monumento funerario pagano con un monumento funerario cristiano a causa della sua forte somiglianza con un teschio, simbolo cristiano della morte. Per tale motivo, dopo il primo ritrovamento, esso è stato riutilizzato e posto già qualche secolo fa sopra una cassetta per le elemosine ai defunti vicino alla chiesa. Ma in origine esso poteva stare in un luogo anche lontano dalla chiesa, quasi di certo nei dintorni del centro di Poscante. La croce celtica che caratterizza questa statua infatti sta a rimarcare che il personaggio sepolto sotto quel cippo, quando era in vita, abbracciava una cultura religiosa pagana, per l’appunto celtica, e che forse si convertì al Cristianesimo solo poco prima di morire. Per questi motivi quest’opera è riconducibile al 600 o al 700 d.C. quando è ragionevole supporre che in ambito brembano erano ancora radicate pratiche religiose pagane di questo tipo.

È noto che durante l’ampliamento della chiesa parrocchiale di Pizzino in Valle , terminato nel 1721, è stata recuperata dal vecchio edificio una pietra calcarea recante una croce di tipo greco e murata sotto il portico ricavato tra la chiesa stessa e il campanile. È una croce semplice ma ben fatta, recante in alto a sinistra un’iscrizione, in parte danneggiata, interpretata comunemente sino ad oggi come l’anno 1010 di costruzione della primitiva chiesa. In effetti stando a terra a guardare questa pietra posta a circa tre metri di altezza, quindi un po’ lontana, sembra di leggere due lettere “m” e “x” minuscole corsive, di tipo romanico, che giustificherebbero tale interpretazione. Questa però è un’impressione superficiale errata. Chi scrive infatti con una scala telescopica è salito in alto per toccare con la mano la presunta lettera “m” scoprendo che nella sua parte bassa, sia pure consumato, esiste ancora un profilo tondo completo in rilievo che unisce le prime due aste della “m” in una evidente lettera “o” mentre la terza asta della “m” è aperta verso l’esterno a toccare la “x”. La lettura più sicura che si può trarre è quindi una “o” seguita da una “r” e da una “x”. Sembrerebbe perciò che questa iscrizione rappresenti più le iniziali di un nome che una data. Non bisogna dimenticare ad esempio che in antico l’iniziale del nome Cristoforo era anche indicato con una lettera “x” per similitudine col nome di Cristo. A far dubitare molto che questa iscrizione rappresenti una data è anche il fatto che essa non è incisa nel piano della pietra ma è scolpita in rilievo, proprietà che non ha uguali in tutta la Lombardia. Se fosse una data infatti ciò significherebbe che l’incisione di tutta l’opera è stata condizionata da una data che non era un elemento molto importante in tempi così lontani se non per avvenimenti politici o sociali di grandissimo rilievo. Maggiore considerazione aveva invece negli stessi tempi il nome di una per sona. Pertanto si potrebbe pensare che questo bassorilievo sia anche il frammento di un fregio di un monumento funerario. Per quanto riguarda la croce la sua forma molto semplice priva di qualunque elemento aggiuntivo la rende di difficile inquadramento.

Basti dire ad esempio che croci quasi identiche a questa esistono nella chiave di volta dei portali delle non lontane chiesette delle contrade Brembella e Cespedosio in comune di Camerata Cornello. Queste due chiese però hanno i portali ad arco acuto e sono dotate di un piccolo rosone in facciata il che garantisce una loro fattura di stile gotico riconducibile in ambito brembano, nella migliore delle ipotesi, ad un’epoca a cavallo tra il 1300 e il 1400. In conclusione per quanto riguarda la scultura in esame il solo elemento certo è lo stile romanico dell’iscrizione che l’accompagna. Ciò ci permette di dire che quest’opera, nel contesto brembano, assai difficilmente è anteriore al 1200 e che inoltre essa potrebbe rappresentare il residuo di un monumento funerario e non solo la chiave di volta di una porta. Per completezza infine vi è da dire che al 1200, o a un’epoca un poco successiva, è riconducibile un’altra croce vicina alla porta laterale della chiesetta di Cespedosio scelta come simbolo del Centro Culturale Valle Brembana. In essa le terminazioni trilobate dei bracci, assai semplici ma ben evidenziate, richiamano quelle della croce sul portale della non lontana chiesetta di Fraggio presso Pizzino di evidente origine gotica. Inoltre quasi di certo essa ha fatto da modello, essendo del tutto simile nella struttura, ad una seconda croce pure murata sotto il portico della chiesa di Pizzino datata però 1577.

Giuseppe Pesenti.. tratto dai Quaderni Brembani 10 del Centro Storico Culturale Valle Brembana