La presenza dei lavoratori della Valle nella Compagnia dei Bastagi della Dogana di Mare di Venezia non è stata ancora adeguatamente studiata. Le informazioni più attendibili e documentate sono state fornite da don Enrico Mangili e poi da Bortolo Belotti, alle cui opere fanno in genere riferimento le pubblicazioni più recenti. Le prime notizie documentate risalgono alla metà del Quattrocento, quando troviamo una deliberazione del 12 marzo 1444 dei governatori alle entrate, nella quale si fa riferimento alla morte di certo Raniero de Pace, “caput bastaseorum ad doanam maris”,2 provando quindi in forma indiretta che già a quell’epoca i bastagi funzionavano. Ci sono però riferimenti indiretti che indicano l’esistenza dei bastagi già nel 1414, ma è plausibile che il primo nucleo di questi operatori sia di molto anteriore.

La Compagnia, o Confraternita, aveva il compito di custodire le merci della dogana ed era tenuta a corrispondere ogni anno al governo una tassa di 200 lire, a depositare nella zecca la cospicua somma di 200 ducati e a fornire quando richiesto 200 galeotti o il corrispettivo in denaro del mantenimento degli stessi. A fronte di questi oneri i bastagi avevano l’esclusiva del carico e dello scarico delle merci che transitavano al porto di Venezia, attività che garantiva consistenti guadagni e che rendeva la carica particolarmente ambita, fino a quando divenne di pertinenza esclusiva di un ristretto numero di famiglie, il cui numero era inizialmente di 17 e più tardi fu elevato a 24 e a cui spettava il diritto di trasmettere la carica per via ereditaria. Come tutte le confraternite, anche quella dei bastagi aveva la propria mariegola, il cui testo non ci è pervenuto, ma che verosimilmente conteneva le regole e le deliberazioni adottate di volta in volta dai reggenti che venivano periodicamente eletti.

Sappiamo che gran parte dei 24 soci erano originari della Valle Brembana e in particolare dai comuni di , e . Se ne ha la conferma, oltre che dai cognomi contenuti in vari elenchi, dall’introduzione al registro delle costituzioni della Compagnia che si apre con l’invocazione ai santi patroni delle chiese dei tre paesi (, San Pietro e San Lorenzo) e prevede la nomina di tre rappresentanti (colonnelli), uno per ogni comune, col compito di regolare i rapporti tra i soci.

I soci potevano alienare la loro quota ad altre persone, a condizione che queste appartenessero al loro stesso comune, in modo da non disperdere il capitale. Nei documenti che li riguardano troviamo però eccezionalmente persone di altri paesi, ad esempio di San Gallo, dove il 27 dicembre 1692 Gio. Batista Rizzini acquistò per 1.255 ducati la quota di Giacomo Bonzi: venditore e acquirente sono entrambi del comune di San Gallo, anche se è probabile che il Bonzi fosse originario di Dossena. La Compagnia dei Bastagi operò fino alla caduta della repubblica veneta e il conseguente instaurarsi del governo austriaco, dal quale nel 1802 l’ultimo gastaldo della Compagnia, Giovanni Bonzi, tentò inutilmente di farsi riconoscere il privilegio. Presentiamo qui due atti del citato notaio Gio. Domenico Bonzi di San Gallo relativi al passaggio di proprietà di due posti nella Compagnia avvenuto nel mese di dicembre 1690; in entrambi i casi i venditori e gli acquirenti sono di Dossena. Il primo atto viene rogato il 6 dicembre 1690 nello studio del notaio situato nella contrada Vite del comune di San Gallo.

Il venditore è Francesco fu Giovanni olim Simone Bonzi di Dossena, residente a Venezia, il quale con procura datata 18 agosto 1690 e redatta a Venezia dal notaio Francesco Simbeni incarica la madre Caterina di rappresentarlo in tutto e per tutto nelle operazioni di vendita del suo ufficio di bastagio alla Dogana di Mare che aveva ereditato dal padre da poco deceduto. Come emerge chiaramente dall’atto, la vendita dell’ufficio deriva dalla necessità in cui Francesco si era trovato di far fronte a una serie non indifferente di debiti contratti dal padre Giovanni nei confronti di varie persone, per cui quasi la metà del ricavato servirà a pagare i creditori.

La formula della vendita è la seguente: Caterina vedova di Giovanni Bonzi, a nome e per conto del figlio Francesco “ha dato, venduto, ceduto et liberamente allienato et rinunciato a d. Antonio figlio del q.m Bortolo Piccoli de di Dossena predetta, lui pesente et per lui et suoi heredi recipiente et accettante, nominatamente un offitio di Bastasia di Doana di Mare qual già teneva et essercitava il sudetto q.m d. Gio. Bonzi mentre viveva et hora l’essercitava il sudetto d. Francesco suo figliolo et in quel vero modo che ne erano patroni, con tutti li suoi utili, carichi et benefitij, et nel modo et forma come il detto d. Francesco teneva et era patrone et sì come li altri Bastasi di Doana hanno, tengono et essercitano simili offitij…”. Il valore della transazione viene stabilito in 4.030 lire venete, oltre a una somma di 48 ducati che l’acquirente Antonio Piccoli degli si fa carico di pagare annualmente a Faustina vedova di e zia di Francesco, in rate di 4 ducati al mese, sua vita natural durante, impegnandosi dopo la morte della stessa a far celebrare due messe alla settimana in perpetuo, ottemperando così a quanto disposto con testamento del 26 aprile 1675 dal defunto marito di Faustina, che evidentemente vantava crediti nei confronti del fratello Giovanni.

Segue una lunga lista di debiti che l’acquirente si incarica di saldare per conto del venditore entro i termini stabiliti: 300 lire a Carlo Ceroni di ; 222 lire e 12 soldi a Gio. Pietro Omacini di Dossena; 390 lire a Gio. Antonio Rizzini di San Gallo per il rimborso di prestiti con relativi interessi; 70 lire all’arciprete di Dossena don Alvise Omacini per le messe e i funerali di Giovanni Bonzi e di suo figlio Gio. Maria, rispettivamente padre e fratello del venditore; 100 lire a Pietro Rota di Almenno per la dote della moglie Angela, figlia di Giovanni Bonzi; 200 lire a Pietro Bonzi, fratello di Francesco, a cui spettavano per disposizione testamentaria del padre; 76 lire all’altro fratello Simone, per lo stesso motivo. Seguono minori ed altri creditori, per un totale di 1.516 lire e 12 soldi. Come si vede i debiti accumulati da Giovanni Bonzi erano cospicui, ma non è da escludere che anche il figlio ne avesse contratto a Venezia e così la madre fa inserire nel contratto la clausola che l’acquirente dovrà liquidare eventuali creditori per impegni assunti da Francesco e non ancora onorati.

Dedotto l’ammontare dei debiti, restano 2.513 lire e 8 soldi che l’acquirente si impegna a versare in due forme. Dovrà dare 1000 lire a Maria Bonzi, sorella di Francesco, quando questa si mariterà oppure si farà monaca, rispettando così il legato fatto dal padre nel suo testamento. Dovrà inoltre versare le rimanenti 1.513 lire e 8 soldi a Francesco, in dodici rate annuali con l’interesse del 3 per cento, diminuite delle somme da versarsi ad eventuali creditori di Francesco. Definita la parte economica, resta l’adempimento della rinuncia ufficiale all’ufficio da parte di Francesco Bonzi, in modo da consentire ad Antonio Astori di prendere il suo posto nella Compagnia dei Bastagi di Doana di Mare.

Seduta stante il notaio redige un altro atto con il quale Francesco Bonzi, rappresentato dalla madre Caterina rinuncia “nominatamente all’offitio seu carica di Dogana di Mare da esso d. Francesco essercitato per avanti nella serenissima città di Venetia con tutti li honori, prerogative, emolumenti, entrate, utili e danni in integro et in quel vero modo e forma che fu acquistato da esso d. Francesco come alle di lui raggioni appare presentate nella Compagnia seu Fraia de Bastasi di essa Doana di Mare”, impegnandosi per il futuro a non avanzare pretesa alcuna su detto ufficio. Evaristo, figlio emancipato di Giuseppe Omacini di Dossena vende a Carlo fu Bortolo olim Simone Bonzi pure di Dossena un “offitio seu arte di Bastaseria nella Doana di Mare della Serenissima Città di Venetia al presente essercitata et posseduta dal detto Evaristo venditore…”, con tutti i diritti e gli oneri connessi, ufficio che il venditore aveva a suo volta acquistato con atto del 20 agosto 1685 da Battista Sandri.

L’acquirente dovrà sborsare la somma di 1.300 ducati in gran parte destinati a onorare impegni assunti da Giuseppe Omacini, padre del venditore. In particolare 640 ducati sono destinati a coprire un debito di Giuseppe nei confronti della nuora Virginia, figlia di Gio. Battista Amigoni, fabbro in Venezia nella contrada di San Leonardo, e vedova del fu Francesco Omacini. Altri 100 scudi sono dovuti da Evaristo alla chiesa di e 105 lire agli eredi di Francesco Furietti di Zogno a titolo di interesse su un prestito di 2.107 lire e 12 soldi assunto da Evaristo in occasione dell’acquisto dell’ufficio di dogana; agli stessi eredi Furietti vanno altre 138 lire per altri interessi e 1000 lire spettano ad Accorsino Epis di San Gallo. Alla fine al venditore vanno solamente 84 lire, 6 soldi e 6 denari. Anche in questo caso il venditore procede alla formale rinuncia all’incarico per consentire all’acquirente di sostituirlo nella Compagnia del Bastagi.

Da questi documenti emergono alcune indicazioni rapportabili all’attività della Compagnia dei Bastagi. In primo luogo abbiamo la quantificazione del valore commerciale attribuito alle quote di proprietà dell’ufficio: nel caso della vendita fatta dall’Omacini si tratta di 1.300 ducati e in quella di Giovanni Bonzi sono indicate 4.030 lire oltre a un vitalizio di 48 ducati; l’ufficio venduto da Giacomo Bonzi di San Gallo vale 1.255 ducati. Le cifre sono piuttosto consistenti, ma di molto inferiori a quelle che venivano sborsate nello stesso periodo per un analogo posto nella Compagnia dei Caravana (in genere oltre 7 mila scudi, ma a volte anche molto di più). Si tratta pur sempre di un privilegio piuttosto ambito, che veniva accortamente mantenuto, a meno che si verificassero condizioni che ne rendevano necessaria l’alienazione. Gli atti ci indicano come i due venditori di Dossena erano entrati in possesso dell’ufficio: Evaristo Omacini l’aveva acquistato appena cinque anni prima, nel 1685, da Battista Sandri, mentre Francesco Bonzi l’aveva ereditato dal padre in una data che non appare nel documento, ma che doveva essere piuttosto recente.

In entrambi i casi ci troviamo però di fronte a situazioni gravemente debitorie dei due venditori i quali sembrano costretti a disfarsi dei rispettivi uffici per onorare le forti pendenze che avevano nei confronti di vari creditori, impegnando gli acquirenti a versare agli stessi gran parte della somma pattuita. Alla fine ai due venditori, che non sono i diretti responsabili dei debiti accumulati, avendoli ereditati dai rispettivi genitori, non rimangono che le briciole del cospicuo valore della loro prestigiosa carica perduta. I due nuovi bastagi, dal canto loro, una volta entrati in possesso dell’atto di rinuncia all’ufficio da parte dei rispettivi venditori, dovettero presentare formale istanza di accettazione nella Compagnia, impegnandosi a rispettare “tutte quelle conditioni e forme” previste dalla mariegola.

Tarcisio Bottani.
tratto dall’Annuario Quaderni Brembani 9 del Centro Storico Culturale Valle Brembana