Nel di Udine di Carlo Emilio Gadda c’è un capitolo intitolato «Imagine di Calvi». Il 29 aprile 1916 lo scrittore era in servizio come sottotenente al Passo Brizio, sulla Vedretta della Lobbia, e fu testimone della seconda avanzata sui ghiacciai dell’Adamello compiuta dagli . Fra i protagonisti di quella giornata, uno degli eroi bergamaschi della Guerra Bianca, Attilio Calvi. Nel capitolo a lui intitolato Gadda ci ha lasciato questo ricordo delle ultime ore di vita del giovane ufficiale ferito a morte: «L’avevo riveduto, il tenente dagli occhi fermissimi senza sorriso. Disteso al suolo, una coperta grigia, come un sudario, lo ricopriva: nel volto viveva lo sguardo. La bufera saliva dal Mandrone, tormentava infaticata il lembo della tenda bianca, gommata come le cose dè medici, crociata come il magazzino del dolore sanguinante. Crudeltà vetrosa, il nevischio turbinava dentro la tenda, feriva ancora, implacato, il tenente.

Dietro di me il cappellano gli disse: “Coraggio!”. Rispose in bergamasco: “Cosa devo farmi coraggio, che non posso neanche respirare?”». Attilio era il secondo dei quattro : oltre a lui, c’erano Natale, Santino e Giannino. Tutti erano nati a e tutti furono eroi della Grande Guerra, che, direttamente o indirettamente, se li portò via.

Attilio era tornato a Piazza Brembana nella primavera del 1913, reduce dalla guerra di Libia, dove nel 2012 l’aveva raggiunto il fratello Natalino. Lequindici medaglie al valor militare (alcune alla memoria) non valsero a consolare il padre, che morì di crepacuore, né la madre, che per tutto il resto della vita sarebbe stata un’impietrita custode della loro memoria. Di lei ci resta una foto. Sul petto ha appuntate tutte le medaglie conquistate dai suoi scèc. Lo sguardo è pervaso dalla vertigine di una tristezza senza fondo. È ferma e composta: una sfinge di dolore. Solo le labbra, lievemente sollevate da un lato in una contrazione dolorosa, tradiscono l’orrore di sopravvivere.

Le salme dei figli rientrarono a Piazza Brembana il 30 ottobre 1921. Per la solenne cerimonia inviarono attestati di cordoglio Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, mentre Gabriele d’Annunzio donò una cospicua somma per la realizzazione di un monumento funebre. I bassorilievi di Manzù avrebbero invece decorato il monumento in marmo di Zandobbio eretto a Bergamo in piazza Matteotti, seguito nel 1952 da un nuovo monumento al Passo del Tonale. Oltre alle innumerevoli vie intitolate ai quattro eroici fratelli pressoché in tutti i paesi della Bergamasca, la loro memoria è tramandata anche dal rifugio costruito dal Cai di Bergamo nel 1935 sopra .

Nella notte del 29 aprile 1916 Attilio e Natalino comandavano due delle tre colonne di attacco e il loro ruolo fu decisivo per la vittoria italiana nella battaglia della Lobbia. Attilio cadde mentre, dopo avere conquistato la postazione assegnatagli, accorreva ad aiutare la terza colonna in difficoltà sul Dosson di Genova. Sentiamo Gadda: «Trafitto nel polmone all’assalto del Dossòn di Genova, trasportato alla tenda gommata del Brizio, il tenente Attilio Calvi moriva. Suo fratello, l’altro Calvi, adempiva in quel momento, come in ogni momento, ai suoi doveri militari: a pochi chilometri, sotto le difese ultime del nemico. Il tenente Attilio Calvi, supino, rantolava, in un ànsito senza conforto. Le mie labbra, dopo quella risposta, non ebbero una parola per il morente. Lo guardai a lungo, senza osare dir nulla, mi ritirai. La bufera mi accecò».

Santino o Nino, come era più spesso chiamato, guidò sull’Adamello le più importanti battaglie della Guerra Bianca. Per il coraggio dimostrato in azione era adorato dai suoi alpini, con i quali parlava sempre in bergamasco. Santino morì sull’Ortigara, al Passo dell’Agnella, il 10 giugno 1917. Si era slanciato all’assalto alla testa di pochi superstiti. Una pallottola lo colpì in fronte, cadde, ma si rialzò, urlando: «Avanti, avanti, alpini della valanga!». Fu raggiunto da un secondo proiettile, che gli trafisse il cuore. «Chèsta l’è chèla giösta» disse e si accasciò. Giannino, il terzo fratello, combatté in prima linea sul Grappa, ma la morte lo colse all’ospedale militare di Padova nel gennaio 1919 per febbre spagnola. Fu una delle quattrocentomila vittime italiane dell’epidemia: poco meno di quante ne morirono in guerra. Restava solo Nino, ferito negli ultimissimi giorni di guerra e mutilato a un piede. Tornò amareggiato alla vita borghese e fu sulle dove aveva combattuto che andò a cercarsi la bella morte. Attaccò da solo la parete nord dell’Adamello. A poca distanza dalla vetta fu investito da una valanga e precipitò. Era il 16 settembre 1920.

Franco Previni – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia