logo_home_small – «Dopo 33 anni qui, mi rimane solo questo: un grembiule logoro da portare a casa». Guida apre una busta di plastica e mostra il suo grembiule blu da lavoro: «Oggi abbiamo svuotato gli armadietti. Stasera (ieri per chi legge, ndr) alle 10 si chiude». A voler essere pessimisti, l’11 giugno 2014 è il giorno in cui la produzione della Valle Brembana di si è fermata. Se si tratta di uno «stop» temporaneo, in attesa di acquirenti interessati a rilevare la storica azienda tessile, lo potrà dire soltanto . Perché ancora si lavora alla ricerca di imprenditori che intendano portare avanti l’attività della Mvb, oggi in concordato preventivo con finalità liquidatorie.

Guida ha lo stesso sguardo rassegnato di tanti suoi colleghi, che ieri hanno partecipato all’assemblea organizzata dai sindacati. Diciamo subito che quello della Manifattura Valle Brembana non è stato un fulmine a ciel sereno: l’azienda da tempo ricorre agli ammortizzatori sociali (sei i contratti di solidarietà che si sono susseguiti negli ultimi anni) e a novembre è stata danneggiata da un incendio, che ha distrutto parte dei telai. Completate le commesse in essere, ieri alla fine del secondo turno i cancelli dello stabilimento di via Paolo (fondatore dell’azienda nel 1907) si sono chiusi.

Romina, «a casa» da luglio dell’anno scorso, ci scherza su:«Ormai vengo qui soltanto
quando ci sono le assemblee». Ma si ritiene fortunata, perché il marito, che era disoccupato, ha trovato lavoro in Svizzera come meccanico di automezzi. «Ormai bisogna andare all’estero e non è così semplice – dice -. Io intanto vado avanti con gli assegni familiari, della Cassa integrazione in deroga (che ha preso il via a gennaio, ndr) non ho ancora visto un euro». Accanto a lei un gruppetto di lavoratrici si interroga su chi abbia ricevuto «gli 80 euro di Renzi» in busta paga. «Se non l’hai votato, niente soldi», scherza un’operaia. I sindacati hanno fatto richiesta di un anno di Cassa straordinaria a partire dall’8 maggio per i circa 320 dipendenti in forza all’azienda, ora in Cig in deroga. Graziella è una delle prime dipendenti a lasciare l’assemblea, mentre cammina tiene la testa bassa e dice: «Sono rimasta talmente male che non riesco nemmeno a parlare».

Poi le parole le trova, racconta che lavora come tessitrice alla Manifattura da 20 anni e che ora ne ha 50 e due figli di 10 e 25 anni. La maggior parte delle dipendenti sono donne, diverse assunte giovanissime: «Abbiamo maturato gli anni di contributi per andare in pensione, ma non abbiamo l’età giusta. Così ci ritroviamo a casa senza più lavoro con figli adulti a loro volta disoccupati». Qualcuna ammette: «Ho lasciato un pezzo della mia vita in quest’azienda e ora dove lo trovo un lavoro in una valle che non offre possibilità?». Teresa afferma che «in tanti hanno trovato lavoro in Mvb negli anni e la speranza ora è che ci sia qualcuno che rilevi l’attività ». Caschetto rosso e maglia rossa, Teresa ha un solo rimpianto: «Forse avremmo dovuto lottare di più per dare una maggiore visibilità alla nostra vicenda ». Le fa eco una collega: «Abbiamo dato il massimo per questa azienda. Ci è stato chiesto di rinunciare alla quattordicesima e abbiamo rinunciato, quando c’era da lavorare il sabato correvamo qui, sapendo che era importante portare a termine le commesse nei tempi richiesti dai clienti. La disponibilità, da parte nostra, c’è sempre stata».

E non è la rabbia a parlare ora, ma «la delusione». Quella che si legge anche sui volti di Diego e Giuseppe, che scuotono la testa quasi all’unisono ripetendo: «Siamo cinquantenni, chi ci dà un lavoro oggi?». Giuseppe ha 53 anni e alla Mvb si occupa(va) del ritiro pezze e della carica telai. «Pensavo che in questa azienda sarei riuscito a maturare i requisiti per andare in pensione e invece…». Anche i sindacalisti, Raffaele Salvatoni della -Cisl, Pietro Allieri della Filctem-Cgil e Luigi Zambellini della Uiltec- Uil, si aggrappano alla speranza di un cavaliere bianco. L’unico «mantello» che svolazza nel vento per il momento è il grembiule blu di Guida, rovinato, ma pur sempre simbolo del suo lavoro.

Francesca Belotti – L’Eco di