Le baite, disseminate in tutta la nostra Alta , rappresentano bene la vita secolare dei nostri antenati scandita sulle montagne secondo il tempo e le stagioni. Per questo le baite ci parlano, e la natura in cui le baite sono immerse ci attira anche oggi dove una vita tecnologizzata e frenetica ci lascia spesso storditi e vuoti. La natura ci parla, parla al mandriano e al contadino, come al filosofo, al letterato e all’uomo religioso. I nostri antenati che hanno vissuto vite intere in montagna hanno lasciato a noi della i loro geni, le loro emozioni, anche inconsce, di fronte ai cambiamenti meravigliosi delle stagioni, di fronte a un bosco innevato, a un prato fiorito, alla luna che esce da un’abetaia, o a un camoscio che si rifugia nel bosco. La natura ci parla, e i fortunati che hanno i geni degli avi montanari degli altri capiscono il suo linguaggio, perché non tutti lo comprendono.

Ha compreso questo linguaggio il nostro socio Giandomenico Sonzogni che ha espresso le sue emozioni nel bel libretto “Cose della baita e della montagna”: Baita, “da cosa deriva non lo so, ciò che significa mi è tanto chiaro: è serenità e pace, ospitalità e calore, gioia ed allegria, svago ed amicizia. Ecco, questi sono i bellissimi sentimenti, queste sono le splendide sensazioni che mi procurano la baita! Perché quassù è come essere fuori dal mondo, lontano dal convulso modo di vivere di oggigiorno, perché quassù si ritorna indietro nel tempo: si vive a contatto e secondo le leggi della natura e non con le lancette dell’orologio, si gode del sole e del vento come della neve e della pioggia, si godono albe radiose o tramonti infuocati, si apprezzano le meraviglie della montagna in ogni loro più bella ed appagante espressione! Cara, piccola, semplice baita: quante ore liete e quanti giorni felici mi hai dato la gioia di trascorrere? Tanti assai: da solo, nel gustare profondamente la quiete ed il silenzio che qua regnano sovrani; con i bergamini all’alpeggio aiutandoli nelle loro incombenze di fienagione o di cura del bestiame durante la stagione estiva; con gli amici, e sono tanti e cari, che spesse volte son saliti onde godere appieno di momenti diversi della solita vita di tutti i giorni; con escursionisti di passaggio o gitanti casuali, invitandoli ad una sosta davanti ad una tazza di tè bollente o ad un buon bicchiere di vino fresco di cantina. Ma più di tutto (e questi sono sempre i periodi più belli e gioiosi in assoluto) con mia moglie e i nostri quattro bambini”.

Bastano queste parole per capire cos’è la cultura della baita, parole ed emozioni sostanzialmente uguali a quelle del più grande filosofo del Novecento, il tedesco Martin Heidegger che aveva una baita a Todnauberg, una località nella Foresta Nera, non lontana da Freiburg im Breisgau (Germania). Anche Heidegger ha compreso il linguaggio della natura, le emozioni della baita, come scrive egli stesso in un breve saggio dal titolo: “Perché restiamo in provincia”, cioè perché resto nella Foresta Nera, vicino alla mia baita. Da notare che ad Heidegger era stata offerta per ben due volte la cattedra di filosofia a Berlino, una delle più prestigiose università tedesche. Lui scelse di restare in provincia e come il nostro Giandomenico così fa gli elogi della sua baita e della natura in cui era immersa: “Sui clivi di un’ampia alta valle detta Foresta Nera Meridionale, a 1150 metri di altitudine, c’è una piccola baita per . Essa misura 6 metri per 7. Il basso tetto copre tre locali, la cucina che è anche soggiorno, la camera da letto e uno studiolo. Sparse nello stretto fondovalle e sul pendio opposto, egualmente ripido, stanno, ad ampi intervalli, le fattorie dai grandi tetti spioventi. Su per il pendio si estendono i maggenghi e i pascoli fino alla foresta con i suoi antichi, svettanti, scuri abeti. Sopra a tutto il chiaro cielo estivo, nel cui spazio radioso due si innalzano disegnando ampi cerchi. Questo è il mondo in cui io lavoro.

Io stesso, in verità, non osservo mai il paesaggio. Esperisco il suo mutare di ora in ora, di giorno e di notte, nei grandi slanci e declini delle stagioni. La pesantezza dei monti e la durezza della loro roccia primigenia, il prudente crescere degli abeti, lo splendore luminoso e schietto dei maggenghi in fiore, lo scroscio del ruscello montano nella vasta notte autunnale, la rigorosa semplicità delle distese ricoperte da una spessa coltre di neve, tutto questo scivola e penetra nell’esistenza quotidiana quassù e vi rimane sospeso. Quando in una profonda notte d’inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita, e tutto copre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica di coniare il linguaggio è simile alla resistenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro filosofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico. Esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini. Come il giovane contadino trascina su per il pendio la pesante slitta cornuta per riportarla poi, carica di ciocchi, in pericolose discese, giù alla propria fattoria; come il pastore spinge con passo lento e meditabondo il suo gregge su per il pendio; come il contadino nella sua stanza appronta con cura le innumerevoli scandole per il suo tetto, così il mio lavoro è dello stesso tipo. Qui si radica l’immediata appartenenza al mondo dei contadini.

Il cittadino ritiene di andare tra il popolo, quando si degna di condurre una lunga conversazione con un contadino. Quando, alla sera, nel momento della pausa del lavoro, siedo con i contadini sulla panca attorno alla stufa o al tavolo nell’angolo del Signore, per lo più noi non parliamo affatto. Fumiamo in silenzio le nostre pipe. Di quando in quando cade magari una parola sul fatto che il taglio del legname del bosco sta per finire, che la notte precedente la martora si è infilata nel pollaio, che domani probabilmente una mucca figlierà, che il contadino Ohmi ha preso un colpo, che il tempo sta per girarsi… Da un cosiddetto soggiorno in campagna il cittadino viene tutt’al più stimolato. Il mio intero lavoro invece è portato e condotto dal mondo di queste montagne e dei suoi contadini. Periodicamente il lavoro lassù viene interrotto per un lasso di tempo, ma appena io torno lassù, già nelle prime ore dell’essere in baita, irrompe l’intero mondo delle domande precedenti e proprio con la pregnanza che possedevano quando le avevo lasciate. Gli abitanti delle città si meravigliano spesso del lungo, monotono isolamento tra i contadini in mezzo ai monti. Questo invece non è isolamento, ma piuttosto solitudine. Nelle grandi città l’uomo può facilmente essere così isolato come difficilmente si può esserlo altrove, ma egli là non può mai essere solo. Infatti la solitudine ha la potenza originaria di non isolarci, ma di gettare l’intero Esserci nella sconfinata prossimità dell’essenza di tutte le cose. Recentemente una vecchia contadina di lassù è morta. Chiacchierava spesso e volentieri con me e tirava fuori vecchie storie del villaggio. Nel suo linguaggio forte e icastico ancora molte vecchie parole e parecchi detti che già all’odierna gioventù del villaggio sono ormai diventati incomprensibili, e che nella lingua parlata sono andati perduti. La notte in cui morì la passò conversando con i parenti e solo ancora una mezz’ora prima della fine li incaricò di portare un saluto al professore. Questo ricordo vale incomparabilmente di più del più abile reportage di un giornale internazionale sulla mia presunta filosofia.

Il mondo della città corre il pericolo di cader preda di una rovinosa eresia. Il contadino non ha bisogno e non vuole un petulante interessamento cittadino. Quello che invece gli serve e che vuole è l’atteggiamento rispettoso di fronte alla sua propria essenza e alla peculiarità di questa. Invece molti cittadini, sia di nascita che di acquisizione, non ultimi gli sciatori, si comportano oggi nel villaggio o nella fattoria, come si divertirebbero nei loro confortevoli metropolitani. Recentemente ho ricevuto la seconda chiamata all’Università di Berlino. In una tale circostanza mi ritiro, fuori dalla città, nella baita. Ascolto quello che dicono le montagne, i boschi e le fattorie. Visito per l’occasione il mio vecchio amico, un contadino settantacinquenne. Ha letto sul giornale della chiamata a Berlino. Cosa dirà? Egli dirige lentamente lo sguardo sicuro dei suoi occhi chiari nei miei, tiene la bocca ermeticamente chiusa, posa sulla mia spalla la sua mano fida e prudente, scuote impercettibilmente il capo. Ciò significa: assolutamente no!”. E Heidegger rinunciò alla cattedra di filosofia a Berlino e scelse la sua baita. Da notare che non va a chiedere consiglio ai suoi amici filosofi cittadini, ma a un contadino; aveva compreso tutta la saggezza della gente di montagna, aveva capito cosa significava la vita nella baita.

Spesso si pensa alla filosofia come a qualcosa di difficile e astruso; ed in effetti alcune opere di Heidegger lo sono. Ma quando parla la natura e uno ha sensibilità e affinità con essa, le differenze scompaiono e le emozioni di Giandomenico sono le stesse di quelle di Heidegger. Ciò che conta è questa affinità con la natura e con la vita alla baita, perché, come dice un altro grande filosofo che è Platone, la filosofia, e in questo caso la filosofia della natura e della baita, è comprensibile e piace solo a chi ha uno spirito affine. Un altro grande personaggio che ha avuto sensibilità e affinità con la natura è stato lo scrittore tedesco Hermann Hesse, premio Nobel per la letteratura nel 1946, che ha scritto un libro dal titolo: “La natura ci parla”. Alcuni pensieri: “Oggigiorno, pur disponendo di una scienza della natura assai sviluppata, noi non siamo veramente preparati né educati all’autentico vedere. Altri tempi hanno avuto sensibilità e comprensione per il magico linguaggio cifrato della natura, e hanno saputo leggerlo in modo più semplice e più innocente di noi. Noi oggi sembriamo essere infinitamente lontani dalla venerazione della natura in questo senso religioso di ricerca dell’unità del molteplice. Probabilmente ci sbagliamo quando consideriamo noi e l’intera umanità di oggi priva di timore reverenziale e incapace di un’esperienza profonda della natura. La più semplice e la più fanciullesca è la via dello stupore di fronte alla natura e l’ascolto teso e presago del suo linguaggio. Per un istante io non faccio nient’altro che stupirmi, come Goethe, e con questo stupore io sono diventato fratello non solo di Goethe e di tutti gli altri poeti e saggi, io sono anche fratello di tutto ciò di cui mi stupisco e che sperimento come realtà vivente: della farfalla, dello scarabeo, delle nuvole, del fiume e della montagna, perché, presa la via dello stupore, per un istante sono sfuggito al mondo della separatezza e sono entrato nel mondo dell’unità, dove una cosa dice all’altra e una creatura dice all’altra: questo sei tu. Non c’è bisogno di deplorare che nelle nostre università non vengano insegnate le vie per la saggezza, anzi che in quelle sedi invece dello stupore si insegni piuttosto il contrario: a contare, a misurare anziché ad entusiasmarsi, la lucidità invece del rapimento estetico, il rigido attenersi alle individualità separate invece di lasciarsi attrarre dal Tutto e dall’Uno.

Mi ricordai di quando ero ragazzo e della gioia intensa che già allora provavo per la luce, il sole, il bosco e i prati, le escursioni a piedi sulle montagne del mio paese. Mi ricordai dell’unica grande passione della mia vita, della mia intima amicizia con le montagne. Il sole parla con la luce, col profumo e con il colore parla il fiore, con le nuvole, con la neve e la pioggia parla l’aria. Udivo l’intera sonorità del vento tra le chiome degli alberi, udivo scrosciare i ruscelli attraverso le gole e il flebile scorrere per la pianura di placidi fiumi, e mi rendevo conto che questi suoni erano il linguaggio divino, e che intendere questo linguaggio oscuro, di primordiale bellezza, sarebbe ritrovare il paradiso. Io cominciavo ad amare personalmente la natura, il mio orecchio, i miei occhi erano diventati più acuti, imparavo a cogliere toni e differenze sottili e anelavo a udire il battito del cuore di ogni vivente sempre più vicino e più chiaro, a essere legittimo fratello di ogni cosa vivente. Montagne, lago, tempesta e sole erano i miei amici, mi facevano racconti e mi educavano
e per lungo tempo mi sono stati più cari e più familiari di qualsiasi essere umano. Per me questo è più entusiasmante di tutte le questioni: come una montagna si alza al cielo, come i venti si calmano nel silenzio di una valle, come le foglie gialle delle betulle scivolano dal ramo e stormi di attraversano il cielo. Chi sa parlare con gli alberi? Chi sa ascoltarli? Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi?”. È questa la cultura della natura, questa è la cultura della baita, improponibile in una città rumorosa, trafficata e inquinata. Per questo è fortunato chi ha una baita, e, grazie a Dio, le nostre montagne hanno ancora tante baite; anche per questo bisogna conservarle. Finora ho parlato di uomini, ma questo è il comune sentire anche delle donne. Ecco quanto scrive Michela Ivancich nel suo libro: “Alberi e uomini”. “Gli alberi e i boschi ci parlano, e non si tratta solo delle voci degli alberi, ma di note diverse in luoghi diversi, sotto chiome diverse, in momenti diversi del giorno e dell’anno. Cupi risuonano spesso gli abeti, ma sanno anche sospirare adagio, quando la brezza tocca solo le corde delle cime, mentre più lievi sussurrano larici e faggi alla carezza del vento; tintinnano i pioppi, tremando e scricchiolano a volte i tronchi ondeggiando. Crepitano le foglie dei castagni, frusciano quelle dei faggi; tonfano pigne e castagne. Ovattata arriva la loro voce quando l’inverno ammanta le cime, più secca, quasi un fischio, quando l’autunno prepara le selve al sonno. E spandono profumi: di umido e buio dove il bosco è più fitto di frassini e ontani, di sole e di resina, pini isolati al calore delle altezze, di frescura dissetante l’ombra che piove dai faggi, di estate e di vento il profumo inconfondibile dei pini. Sono profumati i tigli turriti, i ruvidi carpini, lisci e grigi i giovani faggi; sono freddi e caldi, bagnati dalla pioggia e arsi dal sole, palpitano sotto la corteccia, tremano al rombare della tempesta”. La filosofia della natura, che è anche la filosofia della baita, rende uguali uomini e donne, grandi filosofi e scrittori, uomini e donne comuni, mandriani e contadini. Franco e Renato, due mandriani del Toracchio, hanno molto da insegnare ai cittadini; la loro vita nelle baite li ha fatti più abili e pronti a capire il linguaggio della natura. Questa è una grande ricchezza che si è persa nelle città, come si è perso il senso di fratellanza con gli , con gli alberi e con ogni essere vivente. “A che pensi, scrive Giandomenico, vecchio faggio un po’ contorto, stando immobile, assorto aspettando la bella stagione? Sei grande, forte e bello, sei più di un amico, quasi un fratello; vecchio faggio dell’alpe, io ti amo!”. La natura ci parla, ci educa; su nelle baite non regna il solipsismo cittadino, ma la solidarietà, l’accoglienza, la condivisione, la fratellanza. Quando giungevo bagnato fradicio sul Toracchio e passavo vicino alla baita della Luigina, non solo mi faceva entrare per asciugarmi alla stufa, ma mi invitava a pranzo, per mangiare e funghi raccolti nell’abetaia attorno alla baita; non solo: mi faceva salire a chiamare il Toti che aveva il capanno da appena lì sopra. E così, al tepore della stufa, mentre fuori continuava a piovere, si parlava di funghi, del tempo, dei ricordi, di suo marito il Barba, già morto da qualche anno. Gli anni passano, le persone invecchiano, la baita è sempre là sul monte, e con l’età le persone non riescono più a salire; ma il pensiero della baita resterà nel cuore fino alla fine. “Ora lei, la baita, rimane là, da sola, sul monte! Ciao, cara, piccola, semplice baita; ciao con tutto il cuore e grazie per tutto ciò che di bello ci hai procurato”.

Ermanno Arrigoni, tratto dai Quaderni Brembani 11 del Centro Storico Culturale Valle