Il mondo visto da Blello
Blello Articolo letto da 767 Utenti - Pubblicato il 23 Luglio 2007
Il mondo visto da Blello di Laura Rangoni
Ebbene sì, ho deciso di svelare l’arcano: il mio paesino si chiama Blello. È poco più di un grumo di case, diviso in un sacco di frazioni: Ghilaserio, Musita, Canto del Ronco, Brevieno, Roccolino. A Roccolino abitiamo solamente noi, e ci sono un paio di stalle, tutto qui. A Blello ci si accorge che è tempo di ferie dal numero di villeggianti che s’incontrano lungo la strada che collega il CAT, un bel ristorante della zona, al vicino paese di Gerosa.
Gente non più giovanissima, soprattutto “madame”, passeggia: la maggioranza si appoggia ad un bastone preso ai margini dei fossati, qualcuno porta un telefonino, praticamente tutti raccolgono fiori. Per molti il punto d’arrivo è il negozio della Caterina - l’unico di Blello - dove si vende quasi tutto, in particolare il più buon Branzi stagionato che io abbia mai assaggiato. D’estate ci sono due o tre tavolini sulla piccola spianata di cemento e i turisti tranquilli, a metà della loro escursione altrettanto tranquilla, consumano un gelato o una bibita in lattina, prima di riprendere la marcia, sereni per la discesa che li attende.
C’è solo quel negozio a Blello, che si affaccia sulla trattoria dove la signora Maria cucina casoncelli da far resuscitare i morti: sono le uniche e le ultime roccaforti di commercio prima che il paese scivoli lungo le curve della strada, trapuntate da case saldamente abbarbicate alla roccia, in cui meno di cento abitanti danno vita a questo piccolo comune, uno dei più piccoli della Lombardia, dove è frequente incontrare per strada le mucche di Gambastinca, che va in giro a mungere a domicilio, con il suo Ape attrezzato, o incontrare la folta barba e i molti cani di Maurilio, con appesi al trattore grappoli di figli tutti sorridenti.
Ci abito da circa cinque anni, mi sono lasciata alle spalle le metropoli: una scelta non facile, soprattutto per il mio compagno, che mi ha seguita in quest’avventura un po’ per forza e un po’ per amore. Avevo deciso di cambiare vita prima del giro di boa dei quarant’anni, un’età in cui bisogna cominciare a fare i conti con se stessi, e non si può più giocare allo struzzo quando si parla di valori importanti. La teoria del “se potessi” deve lasciare spazio alla pratica dell’“adesso o mai più”: perché tutti hanno, una volta o l’altra, pensato di lasciare la città e andare a vivere in campagna: ma tra il dire e il fare… E poi, una stagione di fieni la puoi capire solo se la fai: il resto sono solo parole. Sia io che il mio compagno veniamo dalla città, ma la mia infanzia è trascorsa in campagna, quindi ho ammortizzato meglio il “colpo”. Per lui è stata invece più dura. Ha trascorso molti anni della sua vita a studiare le cosiddette culture “altre”, inconsciamente governato da una sorta di etnocentrismo che una laurea in antropologia non toglie completamente, e quando si è trasferito a Blello, ex-torinese condominio-dipendente, che pretendeva di girare in maniche di camicia in casa anche d’inverno, che credeva che tenere sulle ginocchia un plaid quando si lavora al computer fosse una cosa “da vecchi”, la parte dell’“altro” è toccata a lui.

Antico caseggiato a Brevieno di Blello
Il tempo è un dottore paziente, aiuta a purificarsi dalle scorie della città, e a maturare quel briciolo di fatalità che è tipica della gente di montagna, per cui io sono arrivata alla conclusione che, quando la neve minaccia di bloccarci, non vale la pena arrabbiarsi o pensare a come giustificare un ritardo a un appuntamento di lavoro, e mi ripeto: “Fa niente, il mondo un giorno farà a meno di noi”… Qui il senso dello scorrere della vita ha qualcosa di diverso: bisogna smettere di correre, perché esistono ancora i tempi morti, quelli per parlare di tutto e di niente che la vita metropolitana ha annullato; c’è soprattutto il tempo della memoria, quello che in città è stato sostituito dal tempo della programmazione del futuro, dell’ottimizzazione del presente.
Quando il G8 esplodeva dalle televisioni, perlomeno dai canali che a Blello si riescono a vedere, il tutto sembrava così lontano, parlarne era soprattutto teorizzare e le discussioni, scevre da ogni filtraggio politico, spesso chiosavano nella solita domanda: “Chissà dove andremo a finire”. Con Mario, un postino che vuole soprattutto essere un amico, che viene a trovarci anche quando non ha posta da portare, che si offre, visto che scende a valle per lavoro ogni mattina, di andare in farmacia, dal giornalaio, anche in capo al mondo se glielo chiedi con un sorriso, ci si sofferma qualche volta nella riflessione politica: i risultati delle elezioni, l’emigrazione, il buco dell’ozono, poi rapidamente si passa a parlare dei suoi cani o dei miei, della fagiana che mi è entrata in giardino a beccare il grano che le galline buttano fuori dal pollaio e che non se ne vuole andare.
Qui le ferie non sono occasione per gettarsi nel vortice d’asfalto e ripiegare versi luoghi turistici in cui riversare le identiche frustrazioni della città, ma diventano un momento importante per riparare il tetto, per star dietro all’orto, per pensare alla legna, necessaria come l’aria quando l’inverno morderà la terra e la pietra, gelando i vetri di casa. Quando dico che non vado in ferie, i maligni dicono: “Già tu sei in vacanza tutto l’anno!”. È evidente che non è così: qui lavoro il doppio di quanto lavoravo nel mio piccolo appartamento di città, ma in fondo lasciarglielo credere è un modo per non togliere loro l’illusione che sia impossibile abbandonare la città e cercare una qualità di vita più autentica, in cui le parole hanno ancora un suono e un significato, “durano” nel tempo, non sono assorbite dall’incalzare delle successive.
Eugenio e la Luigina sono amici carissimi. Lei è il mio “consulente” per tutto quello che riguarda l’orto, il giardino, le galline, le cose di casa; lui è il mio salvatore per i muretti, i buchi nelle reti, la cuccia dei cani, la legna da tagliare, l’orto da vangare, le finestre da ridipingere. Ambedue sono i depositari della storia di Blello, delle usanze antiche, delle medicine di una volta, mi raccontano di quando da queste parti si cacciava con le reti e i roccoli costituivano uno dei fondamentali mezzi di sussistenza per chi mangiava solamente pulenta e strachì tutto l’anno, di quando ai piedi si portavano gli zoccoli, di quando i bambini sfregavano sui muri i noccioli delle albicocche per farne degli sifoli. Mi hanno parlato anche di storie antiche di gente strana, di cani fantasma, e dei pericoli della volpe o della faina, che di tanto in tanto si fanno vedere, seminando terrore nei pollai. L’altra settimana un blitz notturno della volpe ha fatto strage dei miei pulcini: ne ha portati via addirittura nove, e non siamo riusciti a capire da dove sia passata. Per qualche giorno a Blello non si è parlato d’altro e l’argomento ha finito per oscurare anche temi universali e ben più importanti sui quali giornali e tv ci sollecitavano a riflettere.
Poi la sapienza della Luigina e la mia inesausta passione hanno riparato i danni e adesso il pollaio sembra Fort Apache, con alte reti di protezione, apertura con catenaccio e tutto il resto. Manca solamente un impianto d’allarme e la porta blindata… Da Blello si vede il mondo in un altro modo, non so dire se sia quello giusto (ammesso che esista un solo modo “giusto” di vedere le cose), certamente è tra quelli più umani e autentici. Io ne sono sicura, il mio compagno invece molto meno: l’isolamento dal mondo in un bosco offre l’occasione per vivere meglio. Sicuramente, soprattutto per lui, sul piano pratico probabilmente costituisce un’involuzione, niente negozi, né cinema, né pizzerie, niente mostre, librerie, musei. Io sono sicura che la nostra vita, adagiata nelle braccia possenti della natura, smorzi i fuochi di paglia di un’esistenza concentrata sulla corsa, bruciata nella nullità di false mete e prospettive. Vale la pena di pensarci mentre, da Blello, si guarda il mondo, e ci si accorge finalmente del mutare delle stagioni, del tempo che passa, e che non va sprecato.
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Inserito il 23 Luglio 2007 alle ore 22:54 CEST
Bellissimo saggio, mi hai commosso.
La tua sensibilità ti ha fatto comprendere l’anima profonda di un paese arcano e nascosto come Blello, ultimo scrigno di un modo di vivere raro e delicato come una Stella Alpina: non chiede nulla in cambio, solo di vivere la propria vita semplicemente, anche se cresce in posti inaccessibili e anche se nessuno la vede…la sua bellezza infatti la vede Dio, e questo basta.
Inserito il 24 Luglio 2007 alle ore 01:05 CEST
Veramente notevole gli scritti di Laura, nei suoi racconti illustra alcuni particolari che sono propri della gente di montagna, con i suoi pro e contro.
Grazie strega…
Inserito il 25 Luglio 2007 alle ore 02:32 CEST
Dal 1991 io vivo in una casa isolata dal mondo ,anche se forse non così isolata come la tua , ma qui apprezzo la natura , gli animali che arrivano dal bosco e dalla montagna , vedo il passare delle stagioni e tutto mi dà una calma interiore che difficilmente ti arriva abitando in centro. Capisco perfettamente la Tua scelta in quanto è stata la mia e apprezzo il modo che hai di descriverla che mi da meglio la sensazione che provavo , ma sentita raccontare è più lucida e percettibile . Ringrazio di tutto questo e anche dei tuoi libri che sto leggendo .
Inserito il 7 Agosto 2007 alle ore 10:01 CEST
grazie, siete veramente gentili.
quando incontro lettori come voi mi convinco sempre di più che vale la pena avere sacrificato tanto per poter vivere di scrittura!!!
Inserito il 7 Agosto 2007 alle ore 23:18 CEST
scrivi molto bene…complimenti
condivido pienamente , anche io e mia moglie da Milano a Rota un salto …..non facile ma convinti di sicuro di avere fatto una scelta di vita diversa + naturale anke se i ns ritmi sono sempre un pò frettolosi
Inserito il 8 Agosto 2007 alle ore 20:47 CEST
Ottimo scritto , ti invidio . Ho pensato per anni di fare anch’io un salto di qualità , ma mia moglie mi ha sempre frenato . Mi devo rassegnare a vivere in città ( a fare il nonno ), oltretutto in continuo in degrado ( la città ), provocato in parte dalla maleducazione dei cittadini , indigeni e di importazione ( questi sono circa 5000 su 27.000 abitanti ). Si sono persi tutti gli usi e costumi locali. Auguri a te e al tuo compagno.
Inserito il 11 Agosto 2007 alle ore 01:17 CEST
22 anni fa la domenica per prendere il treno alle 20:30 a Bergamo partivo da Piazza Brembana alle 14:30 per evitare la coda ……………dicono che la speranza sia l’ultima a morire machi vive sperando …………..
Inserito il 13 Agosto 2007 alle ore 21:45 CEST
Buongiorno Laura
Prima di tutto ti prego scusare il mio italiano, sono francese, l’ho studiato a scuola tanti anni fa , sono una nonna di 63 anni . Ho letto i tuoi scritti e ho visto le fotografie con piacere e sorpresa perchè di Blello avevo sentito parlare quando ero al colegio , i genitori de la mia amica Camille venivano di questo paese che non imaginavo tanto piccolo
tutti gli uomini della famiglia sono venuti qui a fare i
boscaioli
mi ricordo che i suoi cugini parlavano il dialetto
la vita ci ha separate ma ricordo che questo paese dei suoi
antenati l’aveva veramente nell cuore
Tu ed il tuo compagno dovete approffitare di questi momenti
privilegiati in mezzo alla gente semplice dei monti
amicizie ? SALuti ai Blelleli ( ? )
Annie
Inserito il 14 Agosto 2007 alle ore 12:44 CEST
Annie, il tuo commento mi ha davvero commossa. il nostro piccolo paese è una perla, e davvero resta nel cuore. sarebbe bello poter fare una rimpatriata…
un abbraccio dai monti