BlelloIl mondo visto da Blello di Laura Rangoni

Ebbene sì, ho deciso di svelare l’arcano: il mio paesino si chiama Blello. È poco più di un grumo di case, diviso in un sacco di frazioni: Ghilaserio, Musita, Canto del Ronco, Brevieno, Roccolino. A Roccolino abitiamo solamente noi, e ci sono un paio di stalle, tutto qui. A Blello ci si accorge che è tempo di ferie dal numero di villeggianti che s’incontrano lungo la strada che collega il CAT, un bel ristorante della zona, al vicino paese di Gerosa.

Gente non più giovanissima, soprattutto “madame”, passeggia: la maggioranza si appoggia ad un bastone preso ai margini dei fossati, qualcuno porta un telefonino, praticamente tutti raccolgono fiori. Per molti il punto d’arrivo è il negozio della Caterina - l’unico di Blello - dove si vende quasi tutto, in particolare il più buon Branzi stagionato che io abbia mai assaggiato. D’estate ci sono due o tre tavolini sulla piccola spianata di cemento e i turisti tranquilli, a metà della loro escursione altrettanto tranquilla, consumano un gelato o una bibita in lattina, prima di riprendere la marcia, sereni per la discesa che li attende.

C’è solo quel negozio a Blello, che si affaccia sulla trattoria dove la signora Maria cucina casoncelli da far resuscitare i morti: sono le uniche e le ultime roccaforti di commercio prima che il paese scivoli lungo le curve della strada, trapuntate da case saldamente abbarbicate alla roccia, in cui meno di cento abitanti danno vita a questo piccolo comune, uno dei più piccoli della Lombardia, dove è frequente incontrare per strada le mucche di Gambastinca, che va in giro a mungere a domicilio, con il suo Ape attrezzato, o incontrare la folta barba e i molti cani di Maurilio, con appesi al trattore grappoli di figli tutti sorridenti.

Ci abito da circa cinque anni, mi sono lasciata alle spalle le metropoli: una scelta non facile, soprattutto per il mio compagno, che mi ha seguita in quest’avventura un po’ per forza e un po’ per amore. Avevo deciso di cambiare vita prima del giro di boa dei quarant’anni, un’età in cui bisogna cominciare a fare i conti con se stessi, e non si può più giocare allo struzzo quando si parla di valori importanti. La teoria del “se potessi” deve lasciare spazio alla pratica dell’“adesso o mai più”: perché tutti hanno, una volta o l’altra, pensato di lasciare la città e andare a vivere in campagna: ma tra il dire e il fare… E poi, una stagione di fieni la puoi capire solo se la fai: il resto sono solo parole. Sia io che il mio compagno veniamo dalla città, ma la mia infanzia è trascorsa in campagna, quindi ho ammortizzato meglio il “colpo”. Per lui è stata invece più dura. Ha trascorso molti anni della sua vita a studiare le cosiddette culture “altre”, inconsciamente governato da una sorta di etnocentrismo che una laurea in antropologia non toglie completamente, e quando si è trasferito a Blello, ex-torinese condominio-dipendente, che pretendeva di girare in maniche di camicia in casa anche d’inverno, che credeva che tenere sulle ginocchia un plaid quando si lavora al computer fosse una cosa “da vecchi”, la parte dell’“altro” è toccata a lui.

 Brevieno di Blello

 Antico caseggiato a Brevieno di Blello

Il tempo è un dottore paziente, aiuta a purificarsi dalle scorie della città, e a maturare quel briciolo di fatalità che è tipica della gente di montagna, per cui io sono arrivata alla conclusione che, quando la neve minaccia di bloccarci, non vale la pena arrabbiarsi o pensare a come giustificare un ritardo a un appuntamento di lavoro, e mi ripeto: “Fa niente, il mondo un giorno farà a meno di noi”… Qui il senso dello scorrere della vita ha qualcosa di diverso: bisogna smettere di correre, perché esistono ancora i tempi morti, quelli per parlare di tutto e di niente che la vita metropolitana ha annullato; c’è soprattutto il tempo della memoria, quello che in città è stato sostituito dal tempo della programmazione del futuro, dell’ottimizzazione del presente.

Quando il G8 esplodeva dalle televisioni, perlomeno dai canali che a Blello si riescono a vedere, il tutto sembrava così lontano, parlarne era soprattutto teorizzare e le discussioni, scevre da ogni filtraggio politico, spesso chiosavano nella solita domanda: “Chissà dove andremo a finire”. Con Mario, un postino che vuole soprattutto essere un amico, che viene a trovarci anche quando non ha posta da portare, che si offre, visto che scende a valle per lavoro ogni mattina, di andare in farmacia, dal giornalaio, anche in capo al mondo se glielo chiedi con un sorriso, ci si sofferma qualche volta nella riflessione politica: i risultati delle elezioni, l’emigrazione, il buco dell’ozono, poi rapidamente si passa a parlare dei suoi cani o dei miei, della fagiana che mi è entrata in giardino a beccare il grano che le galline buttano fuori dal pollaio e che non se ne vuole andare.

Qui le ferie non sono occasione per gettarsi nel vortice d’asfalto e ripiegare versi luoghi turistici in cui riversare le identiche frustrazioni della città, ma diventano un momento importante per riparare il tetto, per star dietro all’orto, per pensare alla legna, necessaria come l’aria quando l’inverno morderà la terra e la pietra, gelando i vetri di casa. Quando dico che non vado in ferie, i maligni dicono: “Già tu sei in vacanza tutto l’anno!”. È evidente che non è così: qui lavoro il doppio di quanto lavoravo nel mio piccolo appartamento di città, ma in fondo lasciarglielo credere è un modo per non togliere loro l’illusione che sia impossibile abbandonare la città e cercare una qualità di vita più autentica, in cui le parole hanno ancora un suono e un significato, “durano” nel tempo, non sono assorbite dall’incalzare delle successive.

Eugenio e la Luigina sono amici carissimi. Lei è il mio “consulente” per tutto quello che riguarda l’orto, il giardino, le galline, le cose di casa; lui è il mio salvatore per i muretti, i buchi nelle reti, la cuccia dei cani, la legna da tagliare, l’orto da vangare, le finestre da ridipingere. Ambedue sono i depositari della storia di Blello, delle usanze antiche, delle medicine di una volta, mi raccontano di quando da queste parti si cacciava con le reti e i roccoli costituivano uno dei fondamentali mezzi di sussistenza per chi mangiava solamente pulenta e strachì tutto l’anno, di quando ai piedi si portavano gli zoccoli, di quando i bambini sfregavano sui muri i noccioli delle albicocche per farne degli sifoli. Mi hanno parlato anche di storie antiche di gente strana, di cani fantasma, e dei pericoli della volpe o della faina, che di tanto in tanto si fanno vedere, seminando terrore nei pollai. L’altra settimana un blitz notturno della volpe ha fatto strage dei miei pulcini: ne ha portati via addirittura nove, e non siamo riusciti a capire da dove sia passata. Per qualche giorno a Blello non si è parlato d’altro e l’argomento ha finito per oscurare anche temi universali e ben più importanti sui quali giornali e tv ci sollecitavano a riflettere.

Poi la sapienza della Luigina e la mia inesausta passione hanno riparato i danni e adesso il pollaio sembra Fort Apache, con alte reti di protezione, apertura con catenaccio e tutto il resto. Manca solamente un impianto d’allarme e la porta blindata… Da Blello si vede il mondo in un altro modo, non so dire se sia quello giusto (ammesso che esista un solo modo “giusto” di vedere le cose), certamente è tra quelli più umani e autentici. Io ne sono sicura, il mio compagno invece molto meno: l’isolamento dal mondo in un bosco offre l’occasione per vivere meglio. Sicuramente, soprattutto per lui, sul piano pratico probabilmente costituisce un’involuzione, niente negozi, né cinema, né pizzerie, niente mostre, librerie, musei. Io sono sicura che la nostra vita, adagiata nelle braccia possenti della natura, smorzi i fuochi di paglia di un’esistenza concentrata sulla corsa, bruciata nella nullità di false mete e prospettive. Vale la pena di pensarci mentre, da Blello, si guarda il mondo, e ci si accorge finalmente del mutare delle stagioni, del tempo che passa, e che non va sprecato.