Il giallo del Menna lo schianto degli 007
Oltre il Colle, Roncobello, _Storia e Leggende Articolo letto da 634 Utenti - Pubblicato il 25 Novembre 2006Il giallo del Menna: lo schianto degli 007
Sessant’anni fa sul monte precipitò un aereo Usa: trasportava un gruppo di agenti segreti, armi e denaro Guerra e spionaggio si intrecciano in un misterioso episodio avvenuto 60 anni fa, durante la seconda guerra mondiale, a cavallo fra la Val Serina e l’Alta Val Brembana, più precisante fra Zorzone, Zambla, Oltre il Colle e Roncobello. Nel tardo pomeriggio del 4 ottobre 1944 la cima del Monte Menna era avvolta dalla nebbia e la situazione era aggravata dall’incipiente oscurità e da un temporale con grandine. La gente del versante di Oltre il Colle sentì un aereo e, memore di una bomba sganciata contro la ditta metallurgica Sapez, temendo si fosse portato in zona per un bombardamento, spense tutte le luci del paese.
Bombardamento o lanci amici?
Il velivolo invece girò a lungo, pare più di mezz’ora, fra Monte Zambla, Menna ed Arera, evidentemente fuori rotta o in attesa di un segnale. In quel periodo infatti gli alleati effettuavano lanci da aerei, detti appunto aviolanci, per rifornire le formazioni partigiane che combattevano contro fascisti e tedeschi e solitamente i partigiani, appena ricevuto il segnale via radio, accendevano fuochi sul luogo prescelto. Ad un certo punto vi fu un forte impatto seguito da uno scoppio e si sviluppò un grande incendio, che durò forse cinque o sei ore e del quale per anni rimase traccia sulla parete rocciosa.

Bimotore DC-3 Dakota - Il soprannome Dakota non proviene dagli Stati Uniti, bensi’ dalla Gran Bretagna dove l’aereo venne esportato e grazie a questo il nome dell’aereo è noto in tutto il mondo. Dopo la Sicilia vi è un’operazione di sbarco piu’ imponente. Ed è lo sbarco in Normandia. Qui i Dakota trasportano reparti che diverranno leggendari quali l’82 divisione di paracadutisti americani, la 101 divisione di paracadutisti Screaming Eagle. Queste due unità si faranno onore ovunque combatterono. Verranno utilizzate anche nell’operazione meno fortunata, ideata da Montgomery, chiamata Market Garden e saranno sempre i bravi Dakota a trasportarli. Nel dopoguerra i Dakota verranno utilizzati nel ponte aereo di Berlino e, per la prima volta, come aereo da combattimento in Vietnam. Infatti in questo teatro d’operazioni, armati con 2 cannoncini a canne rotanti da 20 mm, e verranno usati per la bonifica di tratti di giungla ove si supponeva la presenza dei Vietcong. Il Dakota esce di produzione con l’esemplare N° 10655 e a quel punto lo possiedono 174 linee aeree e 98 aviazioni militari in oltre cento Paesi. Ancora oggi ne volano circa 900 esemplari, dall’Asia all’Africa, dal Sud America all’estremo nord del Canada.
Il boato squarciò la forte nebbia
Sembra che l’aereo, a causa della nebbia, scendendo abbia virato verso sinistra urtando con l’ala la cresta del Menna e cozzando poi contro il massiccio a circa 2.240 metri di quota, qualche decina di metri a sud-est della cima, sul versante orientale. Il carico di munizioni e di armi, fra cui mitra e dinamite, e il carburante lo fecero esplodere; pezzi caddero nei valloni dei due versanti, spargendosi in un raggio di qualche centinaio di metri.
Si trattava di un velivolo statunitense, probabilmente un bimotore DC-3 Dakota, con a bordo, sembra, 12 persone: sei americani dell’equipaggio e alcuni agenti italiani del servizio segreto che agivano in collaborazione con l’Oss (Office of Secret Service), cioè il servizio segreto Usa; fra loro, secondo una voce, anche una donna.
Uno spettacolo terrificante
La mattina successiva i primi a giungere sul posto furono alcuni carbonai di Cornalba che erano in zona a lavorare, seguiti poco dopo da gente di Zambla. Ai loro occhi si presentò uno spettacolo infernale. Ovunque si vedevano, ancora fumanti, relitti del velivolo e resti umani. In una porzione della cabina giacevano vicini quattro corpi, privi di testa e gambe e in parte bruciati, anche se si potevano ancora riconoscere le divise e i gradi sulle spalline.
Furono recuperate piastrine militari, banconote bruciacchiate (circa 30.000 lire, somma ingente per l’epoca, grossomodo lo stipendio annuale di un medio impiegato pubblico), un bidone, armi rovinate dal fuoco e munizioni, che furono poi in gran parte sequestrati dai partigiani, tranne qualche banconota con cui uno del posto riuscì a comprare delle capre per sfamare con il latte la famiglia.
Il capitano Gianni in ricognizione
Sul luogo giunsero il capitano «Gianni» (nome di battaglia del marchese Gianluigi Guerrieri Gonzaga), comandante dei partigiani delle Fiamme Verdi «1° Maggio» che si trovavano nella zona, e tre dei suoi: recuperarono alcuni documenti che consegnarono alle autorità alleate dopo il 25 aprile. Secondo gli atti di un’inchiesta postbellica, sul posto si trovava anche un agente tedesco, che raccolse un cifrario che successivamente consegnò alla Raf (l’aviazione inglese) di Milano e un taccuino con fra l’altro il nome di uno degli agenti italiani. La gente del paese ed i partigiani, un paio di giorni dopo, seppellirono i resti delle vittime, ai quali furono resi gli onori militari, facendo una buca ancor’oggi visibile e coprendola con lamiere del relitto, pezzi di roccia e due mitragliere da 20 mm dell’aereo, ormai inservibili. Non risulta che prima della fine della guerra le autorità militari bergamasche ne siano venute a conoscenza; non pervenne alcuna notizia nemmeno ai mezzi di comunicazione: infatti la stampa non diede la notizia e lo stesso fece la radio.
I paracadute divennero camicie
Per lungo tempo la popolazione dei paesi circostanti (in particolare Zorzone, Zambla, Roncobello, Baresi), salì sul Menna per recuperare quanto in quei tempi difficili potesse essere utile: pezzi di paracadute di seta bianca, utilizzati per camicie ed abiti da comunione; lamiere di alluminio, impiegate come coperture di tettoie o coperchi, ovvero rifuse per realizzare paioli per la polenta; pezzi di armi e di munizioni che alcune persone della zona conservano ancora. Il 5 agosto 1945 giunsero dalla zona di Zorzone alcuni uomini, fra cui sembra alcuni americani, con dei muli: riesumarono le salme e le raccolsero in cassette che portarono via.
I dubbi dei familiari
Nel marzo del 1946 le famiglie dei morti furono informate della tragedia e la madre di uno degli italiani sollevò il dubbio che l’incidente fosse stato causato da un tradimento. Sin dall’ottobre 1943 il figlio - con un compagno e un tenente colonnello, tutti agenti segreti che agivano per conto degli alleati - era stato infiltrato oltre le linee tedesche e aveva operato nella zona di Bergamo, prendendo base nella casa del parroco di Valgoglio, dove aveva anche installato una radio. Il compagno, che abitava in via Statuto a Bergamo, identificato quale agente segreto, fu arrestato dai fascisti della Gnr e costretto a fare i nomi degli altri agenti sotto minaccia di fucilazione: ma nessuno fu catturato, in quanto avvertiti in tempo. L’uomo fu successivamente inquadrato nelle Brigate Nere, cosa che aveva aggravato i sospetti della donna. Un’inchiesta aperta dall’autorità giudiziaria di Bergamo accertò però che le cause del disastro erano dovute ad un incidente.
Una missione in terra orobica
Sembra che l’aereo fosse partito dalla zona di Genova; quale fosse esattamente la missione non è ancora noto, anche se dai documenti recuperati dai partigiani sembrava di poter ricavare che dovesse effettuare un lancio a favore di una formazione partigiana in Valtellina. Gli agenti italiani a bordo dovevano probabilmente essere lanciati per operare a cavallo fra i due versanti, o forse nella Bergamasca. Un lancio di paracadutisti sul versante bergamasco era pressoché impossibile con i mezzi dell’epoca, mentre la Valtellina presentava spazi più favorevoli, che erano stati già sfruttati in altre occasioni. Lanci di vettovaglie, vestiti ed armi erano invece avvenuti in precedenza poco lontano dalla zona dell’incidente. L’aereo del Menna non va confuso con un altro velivolo, pare un bombardiere, che si era schiantato presso il passo Portula, nella zona del rifugio Calvi, nel luglio 1944, causando la morte dei cinque canadesi a bordo. Â
L’episodio in un volume
Le vicende del velivolo americano precipitato nel 1944, ricordate ormai solo alcune persone che hanno vissuto quegli anni, insieme ad altri fatti accaduti in quel periodo sono oggetto di un approfondimento nell’ambito di una ricerca su Roncobello, che ha visto nello scorso agosto l’uscita del primo volumetto della collana, edito dall’Amministrazione comunale.
Gabriele Medolago - L’Eco di Bergamo
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