Clanezzo – Il nobile Unguerrando cacciò i brembillesi. La contesa tra guelfi e ghibellini e la pacificazione sancita dall’intervento della Repubblica di Venezia. Alle porte di Bergamo c’è un angolo dimenticato, che sarebbe piaciuto ai viaggiatori del pictoresque travel . La forra di un torrente, un antico ponte di pietra sopra uno specchio di acque verdi, i resti dell’antica dogana veneta. Ancora oggi, chi lascia la provinciale della Imagna per immergersi nel microcosmo di Ubiale , si ritrova a fare un repentino tuffo nel passato. Oltrepassato il ponte moderno, costruito dai Conti Roncalli nel 1925, l’abitato di Clanezzo si annuncia con l’antico castello. Nel Basso Medioevo la guerra fratricida tra i guelfi della Valle Imagna e i ghibellini della vide distinguersi per violenza e ferocia il ghibellino Unguerrando Dalmasano, signore del castello di Clanezzo, che, si racconta, «scendea ruinoso con le sue masnade come irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa or in quella terra nemica. E solo per la gioia di depredare i guelfi quell’anima feroce diguazzava».

Fu solo con l’intervento della Repubblica di Venezia che la zona venne pacificata. Gli abitanti di Ubiale – l’antica Brembilla vecchia – furono messi al bando e al resto della popolazione furono concessi solo tre giorni per abbandonare i loro possedimenti. Con la «cacciata dei brembillesi» si avviò quella diaspora verso il Milanese, che è oggi testimoniata dalla diffusione nella metropoli dei cognomi Brembilla e Brambilla, curiosamente promossi, a dispetto della loro origine «ariosa», a prototipo del meneghino.

Lasciando alle spalle il castello, un viottolo acciottolato conduce al Ponte di Attone sul torrente Imagna e poi al fiume Brembo. Posto alla confluenza delle valli Brembilla, Imagna e , Clanezzo rappresentò per lungo tempo un caposaldo strategico, sia per le comunicazioni tra l’Agro di Almenno e le valli, sia per il controllo militare di tutta l’area. La mulattiera si abbassa tra le piante, i rumori della strada spariscono. Il Ponte di Attone dal X secolo domina altissimo con le sue rozze pietre squadrate le verdi acque imprigionate fra le rocce e la vegetazione. Sembra impossibile che lo squallore della moderna edilizia dei geometri sia solo a poche decine di metri da qui. Lo sguardo si posa su una solida torre in pietra, che ai tempi della Serenissima svolgeva la funzione di dogana. Qui si controllavano i passaggi sul ponte e si applicava il dazio sulle merci in transito. Malauguratamente l’intero complesso, incluso l’attiguo alloggio del doganiere, versa oggi in condizioni di totale, quanto sciagurato abbandono e rischia di crollare. Tornando sulla via principale, tra le fronde si annuncia con il gorgoglio delle sue acque il fiume Brembo. La scritta «Porto» sulla facciata di un edificio ricorda il traghetto che faceva la spola tra le due sponde del fiume, trasportando merci e . Sul versante opposto si scorge il «casino», una costruzione con funzione di stal o stalù risalente al 1500, luogo di sosta dei carriaggi commerciali. Il sistema di collegamento a remi durò fino al 1878, quando una piena spazzò via il traghetto.

Vincenzo Beltrami, proprietario del castello di Clanezzo e delle terre circostanti, decise allora di intraprendere la costruzione di quello che la fantasia popolare avrebbe subito definito «ol put che bala». Questo singolare manufatto di sapore tibetano è uno dei primissimi esempi ottocenteschi di ponti realizzati con la tecnica delle funi portanti ancorate sulle rive. Con il suo dondolio, anche l’attuale passerella di settanta metri di lunghezza per un metro e trenta di larghezza continua a trasmettere l’emozione di un inusitato passaggio sul fiume. Dimenticati sul fondo del torrente Imagna, giacciono i resti di un antico maglio. Già documentato nel 1430, fu impiegato dalla Repubblica di Venezia per la produzione di pezzi di artiglieria. In pochi altri luoghi come a Clanezzo si concentrano in uno spazio tanto limitato testimonianze di epoche lontane: l’alto Medioevo con il Ponte di Attone, le lotte fra guelfi e ghibellini con il castello, l’epoca della dominazione veneziana con la dogana e una modernità allora avveniristica con il ponte sospeso.

Carolina Gotti – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia

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