San Giovanni Bianco – Il mondo del disagio psichiatrico si racconta con un lavoro teatrale, ispirandosi alla realtà dei nostri giorni, nella confusione del non comprendere dove stia la verità delle cose e delle parole. Questa sera alle 20,45 nel cineteatro di l’associazione Pressoteatro presenterà «Furor», a cura del laboratorio teatrale di , prende spunto da «Il diario di un pazzo» di Gogol e ha come obiettivo quello di richiamare l’attenzione su una realtà spesso dimenticata. Lo spettacolo rientra all’interno del ciclo di incontri dal titolo «Si può fare», promossi dall’associazione familiari «Aiutiamoli» di Treviglio-Ponte San Pietro con il contributo della e di alcune cooperative sociali. Incontri che si sono sviluppati nei mesi di ottobre e novembre trattando non solo le tematiche di tipo sanitario e i servizi connessi, ma aprendo le porte a un linguaggio capace di raggiungere tutti.


«Quella dell’associazione Aiutiamoli è un’esperienza interessante – spiega Liliana Maisano, assistente sociale del centro psicosociale – perché aiuta le famiglie a uscire dalla solitudine e dall’isolamento e permette di portare avanti, a livello istituzionale, gli interessi e i diritti di chi non ha voce. In valle Brembana questa presenza manca ancora, ma se ne sente più che mai la necessità e si auspica la nascita di un fermento che unisca chi vive questa realtà e che sensibilizzi il territorio».

Dopo il teatro sarà proposta, sabato 11 dicembre a Serina, una serata dedicata al cinema, con la proiezione del film di Ron Howard «A beautiful mind», a cui seguirà un dibattito con la psichiatra Chantal Podio. «Cinema e teatro possono parlare a tutti – spiega la psicologa Simona Gambara –. Per la Valle Brembana il ciclo “Si può fare” rappresenta un passo fondamentale, soprattutto perché ha visto un lavoro unitario delle realtà operative in questo ambito. Istituzioni, associazioni e cooperative di tutta la valle diventano la voce che può proseguire nell’opera di sensibilizzazione, perché il tema della salute mentale possa essere conosciuto, creando insieme un contesto sociale di accoglienza e di sostegno».

Monica Gherardi – L’Eco di Bergamo