Una forma di Bitto storico intera battuta a 1.000€ alla prima asta mondiale dei più costosi prodotti enogastronomici degli artigiani del gusto. A Parigi, presso l’Hôtel Marcel Dassault, 7 Rond-point des Champes-Elysées 75008 lcurata dalla casa d’aste Artcurial, si è svolta il giorno 19 dicembre (preceduta dall’esposizione dei prodotti dal giorno 16) la prima asta mondiale dei prodotti degli artigiani del gusto con i prodotti più costosi al mondo. Battitore il maestro Françoise Tajan sotto la supervisione del giornalista enogastronomico Bruno Varjus. Quest’ultimo ha dichiarato a Le Figaro che “Quello che ci accingiamo a fare è raccontare una bella storia intorno all’alimentazione che non può essere ridotta ad una equazione tra glucidi, lipidi e proteine” ed ha aggiunto “Questa prima asta dedicata alla gastronomia assume muna dimensione artistica: quella di far in modo di riconnettere un pubblico che ha la possibilità di farlo con quei preziosi beni biologici rappresentati dai prodotti della terra assurti all’eccellenza grazie ai loro artigiani”. Tra i preziosi prodotti in vendita il Bitto storico, almeno tra i formaggi ha giocato un ruolo di protagonista osando presentarsi con una forma intera del 2004 di oltre 12 kg (c’era del Parmigiano di 4 anni ma in tagli da 3-4 kg).

Va precisato che l’asta non era rivolta agli sceicchi o ai riccastri russi in vena di stupire gli amici ma ai gourmand. Prezzi elevati sì ma non al di là di ogni rapporto con il mercato “reale” e potremmo dire con un occhio attento a mantenere un rapporto qualità-prezzo etico. Aceto balsamico, caviale Beluga, prosciutto iberico 2007.

Il dato significativo è che i siti gastronomici (oltre a Le Figaro) che hanno parlato dell’asta hanno quasi immancabilmente fatto riferimento al Bitto storico. Evidentemente quella forma così emblematica con i suoi “graffiti” manuali ha colpito l’immaginazione. Tra i siti francesi che hanno parlato del Bitto storico si veda Terroirsdechefs.com. Il Bitto storico è stato presentato come un presidio Slow Food che “rappresenta senza alcun dubbio il simbolo della produzione casearia lombarda”. Veniva poi precisato che è prodotto con l’aggiunta del 20% del latte caprino. Viene da ridere perché le norme gastroburocratiche sancite dalla EU impongono che il Bitto dop “ammettono” che il latte caprino sia aggiunto (bontà loro) ma nella “misura massima del 10%”. Un dettaglio che ci ricorda che il Bitto storico è almeno in parte ancora un “fuorilegge”. Da “fuorilegge” (inviso a burocrazia di ogni ordine e grado e da industriali e politicanti valtellinesi) il ruolo di ambasciatore del buono della Lombardia lo deve svolgere in incognito, in modo ufficioso. Però c’è un piccolo dettaglio lo svolge del tutto gratuitamente (mentre i Consorzi si sa quanto … mungono).

Michele Corti – Ruralpini