Li sentivi da lontano. Appena un fioco don-don, din-din, delle mucche e delle vitelle. Poi sempre più vicino, fin sotto casa. Albeggiava. Davanti il capofamiglia, pantaloni di fustagno con gilè e scarponi, conduceva il toro. Nero, grosso, con due corna come il diavolo, gli occhi incutevano terrore a noi bambini, dietro, il lungo fiume degli armenti, bovine da latte, vitelle, manze. Ingrassate dai ricchi pascoli d’alpeggio. Ognuna con il suo nome. Era il nome delle città. C’era la Venezia, la Roma, la Napoli. Una era la Ginevra, bella e leggiadra come quella di Re Artù.. E poi i ragazzi, ognuno con un bastoncino intagliato agli alpeggi, cercavano di tenere insieme questo gaio fiume di . In fondo al corteo la moglie con le figlie e il mulo chiudevano la processione. Il quadrupede era carico di formaggi e stracchini, valide merci di baratto.

Lasciavano in una lunga traccia di “boase”. Marroni e vischiose, ma le piogge autunnali avrebbero pulito la come uno shampoo. , quel terzo giovedì di settembre era la “ caput mundi”. Genti e animali da Dossena, , , Santacroce, , Frerola, . Tutti a pestarsi i piedi, urlare e sbraitare per vincere il grande concorso della mucca più lattifera, del toro più prolifico, della manza di miglior qualità.

Antica fiera, dal XV secolo. Non a caso Serina sede del vicariato veneziano. Urla, consigli, saluti, ricordi. Tra un vociare tra questo e quello, chi chiedeva di quell’altro, chi incuriosito ascoltava i commenti della stagione appena conclusa ma tutti a scambiarsi impressioni e augurarsi buona salute e le ragazze ad adocchiare i giovanotti scesi dall’alpeggio.. Le donne indaffarate a cercare qualche pezzo di stoffa da far dote. Gli uomini a vantare la qualità dello stracchino e del formaggio. Ma quello di non aveva eguali. Si finiva attorno a una col codeghì. Il vino a fiaschi, spesso trangugiato senza bicchieri, cominciava a dar i primi segni.

I nuovi attrezzi di lavoro, la sghur, ol sapù, la rasga, la ranza occupavano il basto del mulo, là dove il mattino ci stavano le forme di formaggio. Li sentivi tornare al crepuscolo. Davanti Il toro infiocchettato di nastri multicolori che conduceva il barcollante capofamiglia. Dietro il grande torrente di animali. Qualcuno con il collare tricolore e medaglia . In fondo le donne, i ragazzi, il mulo carico di attrezzi di lavoro nuovi ,l’asino con la damigiana di rosso..

Stanchi ma felici. E tu dicevi: I SAMLE i è andacc a la fera de Serina.

Pendughet

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