Valle Brembana – Il progetto Padima contro lo spopolamento. La ricercatrice: «Per ripartire bisogna creare un tipo di economia del tutto nuova» – Il lavoro non c’e’, i servizi vengono chiusi, i giovani se ne vanno, e a restare in paese sono pochi e sempre più anziani. La è ormai da anni come una clessidra, con gli abitanti che scendono verso il basso con l’inesorabile velocità della sabbia, lasciando la parte superiore sempre più vuota e desolata. Negli ultimi trent’anni è l’area della Lombardia che ha subìto lo spopolamento maggiore, con il numero dei nati in calo, quello dei morti in ascesa e gli abitanti che traslocano verso la pianura o almeno nei paesi di fondo valle. Ed è per questo che è stata scelta dall’Unione europea insieme ad altre cinque aree montane di Francia, Spagna, Svezia e Norvegia per il progetto Padima (sigla di «Policies against depopulation in mountain areas», cioè «Politiche contro lo spopolamento delle aree montane»).

L’obiettivo del progetto è quello di analizzare il fenomeno, scambiarsi le esperienze comuni e trovare gli strumenti per contrastarlo. I risultati degli studi compiuti negli ultimi due anni saranno presentati alla fine di settembre nel corso di una due giorni che farà arrivare in Val Brembana studiosi di settore da tutta Europa. Che non verranno solo per analizzare il fenomeno, ma anche per vedere da vicino una delle possibili soluzioni.m Cominciamo dal problema. «Il fenomeno non vede lo spopolamento di tutta la valle – premette Maria Grazia Pedrana dell’Istituto di Ricerca per l’Ecologia e l’Economia Applicate alle Aree Alpine, che ha seguito la parte il progetto -. Succede piuttosto che la popolazione dell’alta valle abbandoni i propri paesi per scendere nei paesi più vicini a Bergamo. Si innesca così un circolo vizioso: la gente se ne va perché non ci sono abbastanza servizi, con una popolazione ridotta i servizi vengono tagliati ancora di più, e questo fornisce ulteriori ragioni per andarsene. Lo stesso fanno anche le aziende, che chiudono o si spostano verso la bassa valle, per evitare i problemi e i costi causati da una posizione scomoda. E la mancanza di lavoro dà ulteriori motivi per partire».

La scattata dai ricercatori è impietosa: evidenza un territorio che ha un’età media sempre più alta, trasporti pubblici con poche corse e coincidenze poco azzeccate, livelli di istruzione sempre più bassi, e con i pochi laureati che non trovano posizioni professionali di alto profilo e devono lasciare i paesi o fare i pendolari. Ma anche chi vuole fare l’agricoltore si scontra in molti casi con il calo del territorio agricolo causato dalla costruzione a tappeto di seconde case. Ci sono poi una scarsa offerta culturale (cinema, teatro, spettacoli) e la mancanza di coordinamento nella . Questo anche a causa della frammentazione amministrativa. In Val Brembana ci sono 38 Comuni per soli 43 mila abitanti, con 29 paesi sotto i mille residenti e 19 sotto i 500, e con venti Comuni dell’Alta Valle in cui vivono solo 7.300 . «Ognuno va per la sua – specifica la ricercatrice -. Manca una vera integrazione tra politiche di sviluppo locale».

Analizzato il problema, è stata messa a punto la seconda fase dell’operazione: il marketing territoriale, cioè i suggerimenti per il salvataggio della valle. «Non si può più contare sui posti di lavoro tradizionali, quindi bisogna creare un nuovo tipo di economia, basata sui pregi del territorio – spiega Maria Grazia Pedrana -. La valle ha paesaggi naturali di pregio, una forte cultura locale, prodotti alimentari tipici e un marchio unico per la promozione. Tutto questo può essere convogliato in un’integrazione tra agricoltura e turismo. La creazione di una rete di agriturismi sarebbe una carta vincente per realizzare un’economia del tutto propria, non in concorrenza con quella urbana. Questo unirebbe le caratteristiche agricole, turistiche e ambientali, raggruppate magari sotto simboli forti come l’Arlecchino o i ponti di Sedrina. Ma anche la San Pellegrino: è conosciuta in tutto il mondo ma molte persone con cui lavoriamo non sanno che sgorga in Val Brembana». Di qui nasce la terza fase del progetto Padima: la diversificazione economica, cioè la capacità di inventare attività nuove e competitive. A questo proposito verranno prese ad esempio le «buone pratiche» che consentono di attirare turisti e permettono a imprese e cittadini di restare in montagna. Prima fra tutte l’«Albergo diffuso» di Ornica, dove le donne del paese hanno recuperato alcune case per poi affittarle ai villeggianti. «Sono spunti che possono essere trasferibili anche in altre aree montane: nei mesi scorsi è venuta una delegazione dalla contea svedese di Dalarna per imparare come fare – conclude la ricercatrice -. Ci sono idee e progetti che hanno successo e funzionano, se si vuole salvare la valle bisogna partire da qui». «Ma bisogna partire anche dai servizi – aggiunge Ezio Remuzzi, sindaco di e presidente dell’Assemblea dei sindaci della valle -. Il problema è che tutti, dalla Regione all’Asl, li erogano in proporzione alla popolazione, usando lo stesso criterio per Milano e . Invece devono capire che con i servizi si creano anche posti di lavoro, e si danno così più motivi alle persone per restare in valle». «Un altro sistema è quello di fare ricorso all’acqua, una grande risorsa della valle – argomenta , primo cittadino di Taleggio e presidente della Comunità montana -. Se si potessero lasciare ai Comuni delle valli le risorse che derivano dallo sfruttamento dell’acqua potrebbero da soli creare le premesse per quei servizi che porterebbero le famiglie a restare in valle, e la montagna sarebbe salva».

Fabio Paravisi – Il Corriere della Sera