Fin da piccolo a caccia di «fiure». E dopo 50 anni è sempre una sorpresa.

Già dall’infanzia ho avuto la fortuna di ereditare un forte rapporto affettivo con i funghi e con il loro misterioso mondo, cominciato con chi allora mi insegnò a riconoscerli. Ricordo la mia prima volta, con la nonna paterna, la «Marièta dì Gòpp», sotto la protezione della quale i miei genitori mi permisero di avventurarmi in un bosco del mio paese - «Ol Fòp» di Olmo al Brembo - famoso per i funghi. Tutto mi sembrava enorme e preoccupante: alberi, spazi, le ombre del bosco.

Ma mi è sempre rimasto nel naso e nella mente l’odore di quel bosco estivo, dove al mattino presto il profumo buono della terra smossa dai nuovi funghi nati nella notte si univa all’odore più acre disperso nell’aria dai funghi vecchi in disfacimento. E se il mio appuntamento «guidato» con il primo porcino fu allora una vera emozione, anche adesso, a 50 anni di distanza, provo lo stesso respiro lungo di allora, quando lo vedo spuntare da sotto una foglia. Mi ritrovo spesso a lasciarlo in pace per un momento, ritornando a raccoglierlo solo qualche tempo dopo.

Un piccolo rito, una delicatezza che si usa di solito solo verso le cose e le persone a cui si vuole bene davvero. Avevo un altro nonno, materno questo, che nella sua vecchiaia era rientrato in Valle dalla Francia, dopo una vita nei boschi della Provenza a fare il carbone di legna. D’estate portava a casa funghi «paurosi» che noi non osavamo nemmeno considerare, visto che da sempre, nella tradizione bergamasca, esistevano quasi unicamente porcini, gallette e pochi altri. Nonno Giglio asseriva di conoscerli perfettamente, e di averli sempre mangiati in Francia, ma questi incredibili «miscugli» micologici che circolavano per casa erano la disperazione dell’altra mia nonna Gioanìna, col risultato che, dopo serrati «dibattiti», il tutto spesso veniva catalogato genericamente come «cionàte».

Finivano così regolarmente nel Brembo qualche porcino buono e un sacco di altri dubbi colorati, di tutte le forme e dimensioni. Ricordo altri personaggi del passato, che nel mio paese mi hanno avvicinato ai funghi. Erano quegli anziani che avevano sempre lavorato nei boschi o in campagna, anche verso gli 80 anni mantenevano ancora una gran forma fisica, e ogni giorno permesso da Dio andavano nel bosco, come il Daniele e il Domenico Salvi. Solo da loro si capiva quando i funghi avevano iniziato a «buttare», perché erano i primi a trovarli e a portarli in paese, che si trattasse delle spugnole di aprile o delle prime «fiùre» del porcino a fine maggio.

E da loro, come succede con ogni buon raccoglitore di funghi, solo approssimativamente si poteva intuire la zona «magica», mai e poi mai a nessuno avrebbero fornito dettagli più ravvicinati. È lo spirito di queste figure del passato che anche noi dovremmo mantenere. Lo spirito di chi guarda la luna sul calendario, osserva il cielo, annusa l’aria, butta l’orecchio intorno e quando sente che è venuta l’ora, in silenzio parte.

Lo spirito di chi impara a riconoscere le tante forme e i tanti colori di ogni fungo, non solo di quelli destinati a un ricercato pasto, e che apprezza anche quelli che lascia nel bosco. Per cui non ne romperà mai nemmeno uno con il bastone, lasciandoli intatti al piacere di altri che saliranno più tardi, anche loro a vagabondare fra boschi e sentieri. Lo spirito di chi non ne raccoglierà mai oltre le proprie necessità, e men che meno sarà mosso da frenesia di profitto. Durante le mie ferie ho letto di questo e di altre cose su «Stagioni», l’ultimo libro di Mario Rigoni Stern. Mi permetto di consigliarvelo, ci troverete molto. Anche di tutti noi fungaioli.

Roberto Regazzoni