Sono 50 mila i cittadini orobici sparsi in 105 paesi stranieri: al loro fianco c’è l’Ente . In passato le popolazioni della , della e della , costrette a lasciare la loro terra d’origine per sfuggire alla povertà e alla fame in cerca altrove di un futuro migliore; adesso i plurilaureati capaci di parlare più lingue per le quali andare via da rappresenta, più che un obbligo, un’opportunità, scelta con la consapevolezza di poter decidere il proprio destino. In mezzo un secolo di emigrazione orobica che, da 44 anni, l’«Ente bergamaschi nel mondo», forte dei suoi 33 circoli sparsi in ogni parte del pianeta, segue con passione e dedizione attraverso iniziative divulgative, progetti di solidarietà per i più bisognosi, incontri periodici nei diversi Paesi dove sono presenti le diverse comunità e un costante legame con i missionari.

E’ stata questa realtà che ieri mattina, nella sede del Consorzio del bacino imbrifero montano, in via Taramelli, il “numero uno” dell’associazione Santo Locatelli, che nel 1967 fu tra i padri fondatori, ha illustrato al presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, insieme al direttore del sodalizio, Massimo Fabretti. «Quando iniziammo, quasi mezzo secolo fa, eravamo una decina di amministratori riuniti in una sala della Camera di Commercio – ha sottolineato Locatelli – Chi avrebbe immaginato che, da quella riunione, sarebbe scaturita una realtà capace oggi di tenere i contatti, anche attraverso la sua rivista periodica, con circa l’80% dei 50mila bergamaschi sparsi in 105 nazioni?».

Sin dall’origine l’obiettivo dell’Ente bergamaschi nel mondo è stato quello di creare, in primo luogo, un’anagrafe sistematizzata degli emigranti «per sapere – ha rimarcato Fabretti – quanti erano e cosa facevano»; poi arrivò il giornalino che, all’inizio, si chiamò non a caso “Una voce amica”; infine fu la volta dei circoli: nel 1968 il primo ad aprire i battenti fu quello di La Louviere, in Belgio, mentre l’anno successivo toccò a Liegi. «L’ultimo – ha ricordato Locatelli – lo abbiamo aperto nel dicembre scorso, a Bruxelles. Mi ha colpito vedere le nuove generazioni di coloro che noi continuiamo a chiamare migranti: non più minatori, ma intellettuali, capaci però come i loro padri di esprimere al meglio la creatività, la determinazione e i valori bergamaschi».

Qualità, queste, apprezzate anche dall’assessore ai Servizi sociali del Comune di Bergamo, Leonio Callioni, e da quello delegato all’ della Provincia, Silvia Lanzani. Il presidente del consiglio regionale Davide Boni, a cui il pittore ha donato un dipinto dedicato a Papa Giovanni XXIII, ha indicato ad esempio per la Lombardia il lavoro svolto dall’Ente: «Quando si parla di Bergamo – ha detto – subito si pensa a valori importanti come il lavoro. Mi sembra giusto, sulla scorta delle esperienze qui ascoltate, raccogliere la sfida di tramandare il modello di Bergamo al sistema dell’immigrazione che stiamo subendo noi. Riusciamo a reggere un sistema intavolando un rapporto di integrazione rispetto a valori condivisi? La sfida è questa e deve essere affrontata con serietà».

di Alessandro Borelli – Il Giorno