Cusio, l’allevatrice Erica Mazzola, 26 anni: non siamo sicuri. Preoccupati per l’orso, ma alle nostre bestie chi pensa?  CUSIO – Ha dormito due notti nel pickup per proteggere le sue capre dall’orso. Quando ha saputo che due vicini avevano ricevuto la visita di JJ5 ha pensato di rimanere coi suoi animali e invece di tornarsene a dormire a Cusio è rimasta a presidiare la stalla. «Me ne stavo rannicchiata sui sedili, pronta ad accendere i fari se i cani avessero abbaiato. L’altra notte erano agitati, sono andati avanti a guaire per un’ora, ma per fortuna l’orso non si è visto».

Erica Mazzola, 26 anni, una laurea in Lingue straniere lasciata nel cassetto per la vita agreste, è diventata l’emblema della lotta degli allevatori di montagna contro JJ5. «Le mie mucche sono al sicuro, in una stalla in muratura con una porta in ferro, ma le capre stanno in un recinto di legno, protette da una tettoia. Se l’orso arrivasse sarebbero guai», racconta la ragazza, che se ne sta sola fra i pascoli sopra Cusio. Ora Erica è più tranquilla («L’orso si è spostato a Ornica. Spero non torni, di notte fa ancora freddo e non vorrei dover dormire all’addiaccio per molto») ma presto dovrà portare il bestiame in alpeggio e se JJ5 fosse ancora nei paraggi lei certo non dormirebbe sonni sereni.

«Trattano l’orso come una persona e alle nostre bestie non ci pensano? Per noi non sono solo fonte di guadagno. Io sono affezionata ai miei animali (29 capre, 11 mucche e 4 vitelli, ndr), li ho visti nascere e vivo con loro. Gli animali ammazzati dall’orso ci vengono risarciti, ma il prezzo di mercato è ben inferiore al valore reale delle bestie che perdiamo». La vita di Erica – che poco più che ventenne ha lasciato la famiglia a Curno per rifugiarsi alle pendici del Monte Avaro («qui ho persino finito la mia tesi di laurea dedicata alla sociologia del turismo. All’inizio i miei erano contrari, poi col tempo hanno capito») – è scandita dalle stagioni e dai quei riti che sui monti si tramandano da generazioni. La sveglia prima dell’alba, la mungitura, il foraggio al bestiame, la preparazione del formaggio. Ogni giorno dell’anno. E d’estate il carico di lavoro aumenta. «Si va nei pascoli in quota. Io, il mio compagno e i suoi familiari badiamo a un centinaio di mucche e a una quarantina di capre.

Le bestie all’aperto e noi in baita, da maggio a settembre ci spostiamo almeno sei volte e lì se arriva l’orso sono guai». Perché d’inverno gli animali stanno in stalla, mentre negli alpeggi sono liberi e la notte incustoditi, «a meno che non ci sia brutto tempo, allora si sta fuori con loro, altrimenti se si spaventano chi li vede più». Erica ha scoperto presto l’amore per questa vita dura, lontana anni luce dagli agi della città. Era ancora al liceo quando ha passato le prime estati tra mandrie e greggi. Sino a diventare un’esperta conoscitrice di questo mondo, tanto da guadagnarsi a soli ventisei anni la presidenza di sezione della Coldiretti, per Cusio e comuni limitrofi. L’altro giorno era a Zogno, a discutere proprio con i responsabili di Coldiretti e Apa (Associazione provinciale allevatori) della convivenza impossibile con JJ5. «Ci devono spiegare come possiamo costruire recinti in muratura negli alpeggi, per non parlare di quelli elettrificati, alti appena un metro. Figuriamoci, l’orso se ne fa un baffo».

La ragazza boccia sonoramente le misure di messa in sicurezza degli allevamenti proposte dal Parco delle Orobie. Non c’è da meravigliarsi. Prima di lei, i suoi colleghi le avevano bollate come «inadeguate e inapplicabili sulle montagne bergamasche». L’unica soluzione è l’allontanamento di JJ5, anzi, a dirla tutta Erica sostiene che l’animale andrebbe «confinato». Dove non si sa. E se dal Trentino ne dovessero arrivare altri esemplari? «Il nostro territorio non è più adatto agli orsi. Forse lo era nei secoli scorsi, ma allora i plantigradi si potevano cacciare. Adesso bisogna scegliere: o noi o loro». Quel che si dice parlar chiaro.

Camilla Bianchi – L’Eco di Bergamo

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