Soldi che sparivano durante i sequestri, indagini parallele e prezzolate, straordinari e presenze contabilizzati arbitrariamente, patenti di guida risparmiate, denunce omesse a volte in cambio di denaro, auto di servizio usate per i propri comodi. Era l’ambiente sotterraneo in cui – se saranno provate le accuse – si sarebbero mossi alcuni della compagnie di e di e della tenenza di Seriate. Un modo di lavorare «border line» che per 4 anni è stato scandagliato dal pm Franco Bettini, giunto alla conclusione di un’inchiesta che vede 49 indagati (tra cui 21 militari dell’Arma; in questi articoli vengono menzionate le posizioni di maggior rilievo o di una certa rilevanza) e 77 capi di incolpazione (è il termine tecnico) per reati che vanno dalla corruzione all’abuso d’ufficio, dalla truffa al furto, alla rivelazione del segreto d’ufficio, al favoreggiamento, al peculato.

Un’indagine complicata, tenuta insieme dal filo rosso delle intercettazioni, e funestata dal suicidio di due indagati: Pierluigi Gambirasio, brigadiere del nucleo operativo radiomobile di Zogno che tre anni fa si era tolto la vita nel suo ufficio con la pistola d’ordinanza, e Silvana Sonzogni, imprenditrice di Zogno e convivente del capitano Filippo Bentivogli, all’epoca comandante della compagnia. Pure l’ufficiale è sotto inchiesta, insieme a un altro capitano, Giuseppe Regina, che all’epoca comandava la tenenza di Seriate. Tutto era partito nel febbraio del 2009, quando alcuni automobilisti rimasti feriti in incidenti s’erano visti capitare a casa emissari di agenzie per il recupero degli indennizzi. Come facevano ad avere i loro dati personali? s’erano chiesti prima di correre a denunciare (l’approfondimento nella pagina accanto). Da lì, mettendo sotto intercettazione i telefoni, gli inquirenti erano giunti ai carabinieri, soprattutto ad alcuni militari dell’Arma di Zogno.

La figura centrale dell’intaroli chiesta è il maresciallo Vito Cavallo, all’epoca comandante del nucleo operativo radiomobile. È quello a cui il pm addebita 32 contestazioni, tra cui la rivelazione a Silvana Sonzogni di alcune notizie coperte da segreto. Nell’agosto del 2010, stando al pm, il maresciallo avrebbe dirottato una pattuglia di sottoposti, «distogliendoli dal servizio d’istituto, al fine di effettuare attività preventiva di vigilanza presso la villa di… (un medico, ndr), posta fuori dalla giurisdizione di competenza, del quale era stato paziente e al quale, dopo un mese e mezzo, richiedeva una prestazione professionale, rammentandogli la “cortesia” fatta nell’occasione precedente». Il sottufficiale, per l’accusa, in più occasioni avrebbe poi preteso passaggi con l’auto di servizio e, con il maresciallo Nicola Spera, comandante dell’aliquota operativa del Norm di Zogno, il 21 maggio 2010 avrebbe disposto l’utilizzo di un’auto di servizio per accompagnare un carabiniere in chiesa il giorno del suo matrimonio. Gli viene inoltre contestata, insieme ad altri militari (Annibale Pisanò, Stefano Gentile, Massimo Quartaroli), una serie di false annotazioni di servizio da cui sarebbero scaturiti straordinari e indennità (Cavallo 996,37 euro; Pisanò 679,65; Gentile 850,10; Quartaroli 1.256,24) che il pm considera frutto di una truffa.

Così come sarebbe una tentata truffa l’indennizzo per un infortunio al piede che Cavallo, per il pm con la complicità del capitano Bentivogli (per questo motivo indagato per lo stesso reato), avrebbe fatto figurare come accidentale durante il servizio. Cavallo, con l’appuntato Massimo Russo, è pure accusato di essersi appropriato (peculato) il 26.10.10 di 4.500 euro e di un navigatore satellitare sequestrati a uno spacciatore. Mentre Quartaroli è accusato di furto perché, durante una perquisizione il 16.11.10 in un’abitazione di Berbenno, si sarebbe impossessato di 3.000 euro, una catena e unanello d’oro. Una delle pratiche dei carabinieri indagati, secondo l’accusa, erano le indagini parallele, pagatea parte dai diretti interessati. Quartaroli è accusato di corruzione per aver preso in considerazione la promessa di 500 euro da parte dello scomparso brigadiere Gambirasio, il quale avrebbe ricevuto da un cittadino 2.000 euro per pedinare e acquisire informazioni sulla moglie. E per aver ricevuto soldi da una donna perché, anche «servendosi abusivamente di mezzi tecnici in dotazione alle forze dell’ordine, volte al pedinamento elettronico», rintracciasse la figlia maggiorenne, allontanasi volontariamente da casa. Altra specialità di qualche militare indagato, le mancate segnalazioni alla prefettura: quella per 15 assuntori di droga e quelle per le infrazioni di guida in stato d’ebbrezza. Nell’ottobre 2010, per tentare di salvare la patente a due automobilisti che ne avevano bisogno per lavorare, si spende pure il parroco di di Zogno, don Luciano Locatelli: finirà tra gli indagati per favoreggiamento.

L’Eco di Bergamo – Stefano Serpellini