Argentina_emigrazioneOltre il Colle – «Il giorno otto gennaio 1931 di mattina presto siamo partiti dalla nostra casa situata in Alta per prendere il treno in alla stazione di Ponte Nossa, distante otto chilometri più o meno, camminando con una valigia di circa quindici chili. Partimmo da casa simulando contentezza di andare in America, assicurando alla mamma che saremmo ritornati dopo due anni o al massimo tre. Lungo la per la stazione parlammo molto poco. Continuavamo a camminare e il cuore ci si riempiva di pentimento per aver deciso di partire per una America di cui molto poco avevamo sentito parlare. Solamente il commento di alcuni (che ne sapevano tanto quanto noi!…), secondo i quali in Argentina si guadagnavano soldi facilmente e il lavoro abbondava dappertutto. Con queste cose in testa, decidemmo di partire…». Comincia così – dopo i testi introduttivi di don Mario Rizzi e Antonio Carminati – il memoriale di Agostino e Francesco Tiraboschi: due fratelli partiti da all’alba degli anni Trenta alla ricerca di un futuro migliore Oltreoceano.

Ora pubblicato dal Centro Studi Imagna e dall’Ufficio Migranti della Diocesi di Bergamo, il libro racconta una delle migliaia di storie comuni a tanti emigranti di casa nostra, almeno sino a due generazioni fa: prima che da terra di partenza anche le nostra provincia diventasse meta di immigrazione. Dato conto, nome dopo nome, di tutti i destinatari dei saluti, e di un distacco struggente, le pagine ripercorrono innanzitutto le tappe del viaggio. Da Bergamo – dove ai fratelli Tiraboschi si aggiungono altri due conterranei – a Genova (con la prima notte trascorsa fuori «in una sala sporca, sporca»), quindi in nave («era la prima volta che vedevamo tanta acqua!») a Napoli («non capivamo una parola, pur essendo ancora in Italia, come sarebbe stato più avanti?»). E da qui, attraversato, l’oceano, dopo due soste a Rio de Janeiro e a Santos, l’approdo a Buenos Aires. «Era il giorno 4 febbraio 1931. Da sopra la nave guardavamo la grande città. Sbarcammo e ci condussero all’Hotel degli Immigranti…», registra il diario che così continua: «I letti erano pieni di cimici e di pidocchi, senza lenzuola il pranzo era molto cattivo e il cibo di un sapore strano…».

 
Poi i ventisette grandi fogli vergati fitti, registrano gli spostamenti dei due in quel nuovo mondo, magari non sempre ostile, ma assai disinteressato ai loro problemi, inconsapevole del carico tragico che schiaccia anime e corpi. Come rivela una delle frasi più emblematiche del memoriale: «Bisogna trovarsi in queste condizioni, per sapere quanto grande sia la tristezza di una persona, quando gli manca la speranza di raggiungere una cosa assolutamente necessaria e urgente…».
Una speranza che i due rincorrono via via tra Cañada Seca (in provincia di Buenos Aires), poi a Córdoba e Piquillin (in Provincia di Córdoba), quindi a Malbran (in provincia di Santiago del Estero), poi ancora a Buenos Aires. Tra sacchi di mais e carbone, boschi e piccole imprese, prestazioni mai pagate e false promesse, furti e delusioni, piccoli incidenti e fregature (che arrivano anche da compaesani). Nella ricerca spasmodica di lavoro, di cibo, di un tetto, di un pò di dignità, senza mai rinunciare a quella fede assorbita in famiglia, mai abbandonata, e a quella fiducia premiata quando finalmente una vita che tale può essere definita. Insomma testimonianze di esperienze vissute capaci di dirci più di tanti saggi sulla migrazione come questione sociale e di aiutarci nella difficile declinazione della parola accoglienza in un contesto mutato, ma dove le motivazioni a lasciare la propria terra, le difficoltà nell’integrazione sono le medesime. Insomma, come scrive qui aprendo il diario don Rizzi «conoscere la vicenda personale e quindi storica di questi due fratelli di Zambla, ci può aprire una strada per capire cosa significhi accogliere i nuovi cittadini, ascoltare le loro storie, comprendere bisogni, sogni, speranze». «C’è un limite all’accoglienza, occorre riconoscerlo, ma questo non può essere dettato dall’egoismo di chi si chiude nel proprio “bene stare”, quanto piuttosto dall’incapacità di fare spazio, realmente, all’altro che ci viene incontro». «Simulando contentezza di andare in America», che sarà presentato a Zambla Alta nel Salone del Centro Parrocchiale lunedì alle 20.30, nel frattempo potrebbe aver trovato già un lettore d’eccezione. Nei giorni scorsi è infatti stato consegnato a Papa Francesco. E, ricevendo il libro, il commento di Jorge Mario Bergoglio, figlio di astigiani immigrati proprio in Argentina, è stato: «Lo sfoglierò per scoprire qualcosa della storia dei miei genitori».

Marco Roncalli – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia