Inasprimento delle pene?

Una nuova legge per regolare lo scialpinismo? Dagli addetti ai lavori, e in particolare da chi da decenni si occupa di formazione e prevenzione degli incidenti legati alle , arriva una risposta unanime. E cioè: non è questa la . Anche perché la materia è talmente variabile e complessa che imporre dei paletti legislativi risulterebbe quasi impossibile. Decisamente puntare, come da anni si cerca di fare, sulla conoscenza e sull’autoresponsabilizzazione.

Del resto, non più tardi di un paio di settimane fa, all’indomani delle slavine di inizio febbraio, si era accesso lo stesso identico dibattito e dal Parlamento era già arrivata una bocciatura secca dell’emendamento al decreto legge sulla Protezione civile con cui si invocava un inasprimento delle sanzioni (carcere incluso) per chi provoca una valanga. Insomma, niente provvedimenti presi sull’onda dell’emotività. «Se di una legge c’è bisogno – aggiunge ora Paolo , che oltre a essere presidente del Cai è anche istruttore nazionale di scialpinismo – riguarda la formazione dei giovani: perché ad esempio non introdurre, nei programmi delle scuole dell’obbligo, quegli insegnamenti di base indispensabili alla frequentazione dell’ambiente alpino? Per aumentare la sicurezza è indispensabile alzare il livello di conoscenza e di consapevolezza. Perché purtroppo c’è un solco sempre più netto tra la conoscenza virtuale favorita anche dalle nuove tecnologie e quella legata all’esperienza pratica. Da anni lavoriamo in questa direzione con l’obiettivo di ridurre questo divario sia attraverso l’attività istituzionale del Cai con iniziative come “Sicuri con la ” e i tanti incontri dedicati al tema delle valanghe, sia attraverso i corsi delle nostre scuole di scialpinismo dalle quali passano ogni anno circa 400-500 allievi».

Cosa dicono i loro responsabili? Il concetto è più o meno lo stesso, ma declinato con sfumature diverse. «Il problema – sostiene Alessandro Calderoli, direttore della scuola di scialpinismo del Cai di Bergamo “Bepi Piazzoli” – non è la mancanza di normative, ma l’assenza di una cultura adeguata. L’incidente di domenica scorsa al Montebello è emblematico della scarsa conoscenza e della presunzione con cui certe volte si affronta la . Qui purtroppo vengono riproposte pari pari tutte le consuetudini e gli atteggiamenti della città, compresa la fretta, l’ansia agonistica che caratterizza l’ambiente urbano. La mancanza di un approccio adeguato alla e di una cultura specifica è alla base di molti errori, l’assenza di regole non c’entra». «Anche perché – aggiunge Angelo Panza, direttore della scuola nazionale di scialpinismo del Cai – una legge che sanziona penalmente già esiste. Lo scialpinismo è un’attività che si basa sull’assunzione di responsabilità dei singoli individui che devono però essere in grado di valutare il grado di rischio sulla base di strumenti affidabili. Noi lavoriamo da sempre in questo senso, senza intaccare uno spazio di libertà che non può essere circoscritto da una legge».

Perché è vero che nell’occhio del ciclone sono finiti gli scialpinisti, ma è vero anche che tutto sommato nell’universo del fuori pista gli appassionati delle pelli di foca sono in genere i più preparati: «Non metto in dubbio – conclude Massimo , direttore della scuola di alpinismo e scialpinismo – che possano esserci degli scialpinisti sprovveduti, ma di solito chi affronta questa disciplina lo fa dopo aver seguito un corso o comunque con un atteggiamento di prudenza, mentre i problemi maggiori si riscontrano abitualmente tra snowboarder e ciaspolatori che sono per lo più digiuni, con le debite eccezioni, di nozioni di nivologia e autosoccorso. Serve certamente più cultura, anche se non è facile costruirla e soprattutto non è facile tradurla in pratiche consolidate sul campo».

Emanuele Falchetti – L’Eco di Bergamo