Quater pass inturen al paìs de Ubiàl e Clanès è l’espansione in lettere della 36ª Caminada promossa domenica 8 agosto a Ubiale Clanezzo dal gruppo Amici Monte Ubione. Una manifestazione sportiva di lunga vita che si scrolla in un’ambientazione paesistica fra le più gradevoli nello scenario delle camminate non competitive bergamasche. Ritrovo dei partecipanti alle ore 7.00 al campo sportivo comunale di ; partenze libere dalle ore 7.30 alle 8.30 per i percorsi di 8 e 15 km, collinari; quota di partecipazione euro 4.00 con omaggio agli iscritti di una borsa di Squisotti ravioli freschi naturali del marchio Davena: riconoscimento assicurato ai primi mille iscritti; successivamente saranno accettate iscrizioni con la prevista quota di euro 1,50 senza omaggio.

Per tutti gli iscritti sono attivi i servizi della marcia garantita dal Csi, che prevede punti di ristoro sui percorsi e all’arrivo, assistenza sanitaria della Cri di Villa d’Almè, assicurazione, recupero marciatori. Verso le ore 10 premiazione dei gruppi partecipanti con consegna dei trofei Amici Monte Ubione e Comune di che ha concesso il patrocinio alla camminata; dal 1° al 10° gruppo trofeo o coppa più un premio speciale; dal 11° gruppo in poi coppa più premio speciale.

La passerella di corde che oscilla sull’acque del fiume Brembo; il porto di alla confluenza del torrente Imagna nel Brembo; i boschi arrampicati sulle scoscese rive in cui sporadiche finestre sbirciano su spettacolosi panorami
e oasi di quiete. Queste e altre caratteristiche specificano e suggestionano la camminata non competitiva di Ubiale Clanezzo. Ma lasciamo parlare la storia.

Nel 1935 L’Eco di Bergamo così descriveva appropriatamente il comune di Ubiale Clanezzo: “posto su una stretta
striscia di terreno sulla sponda destra del Brembo, là dove la valle si stringe in una strozzatura entro la quale le acque del fiume sembrano trovarsi a stento un passaggio: senza contatto con la vita della valle che si svolge sull’altra sponda del fiume”. La denominazione di Ubiale Clanezzo ha quest’odissea qua: fino al ‘200 è pertinenza di Almenno e fino al 1443 è parte integrante della Valle Brembilla; prende quindi il nome di Brembilla Vecchia (come risulta nel 1596) e lo conserva fino al ‘700 quando diventa Clanezzo con Ubiale; poco più tardi sparisce Ubiale e resta soltanto Clanezzo, finché nel 1927 diventa Ubiale Clanezzo come tuttora.

Per secoli la principale fonte di sopravvivenza a Ubiale è il castagno e i suoi frutti: da esso si ricavava legna da ardere e da impiegare in falegnameria e le castagne diventavano un alimento da cucinare in svariati modi per non sembrare sempre lo stesso. All’inizio del ‘800 Mairone da Ponte così descrive Ubiale Clanezzo: “il suo territorio quasi tutto in pendio ha de’ vigneti e qualche campo; ma nella massima parte consiste in boschi cedui estesissimi e di castagni fruttiferi sicché di questi il prodotto è il principale del paese. Le sue castagne si hanno per le migliori in provincia”.

E allora perché nella tradizione popolare gli abitanti di Ubiale sono detti maia fic (mangia fichi)? e non maia castegne? Si racconta che il nomignolo affibbiato agli ubialesi derivi dal fatto che non essendovi la parrocchia di Ubiale (istituita nel 1775 dal vescovo Marco Molino con nulla osta del doge Luigi Mocenigo) gli abitanti dovevano recarsi a Sedrina per assistere alla Messa. Il trasferimento era piuttosto lungo e quando le funzioni si protraevano bisognava pensare anche al cibo materiale, cosicché i fedeli si portavano appresso gli alimenti. Tra i cibi preferiti per questi spostamenti sembra proprio che vi fossero i fichi. Da cui il nomignolo. Fugit inesorabile tempus e intorno all’800 la popolazione si dedica oltre che all’agricoltura anche all’escavazione di quarzo, marna e calcare. Nel ‘900 inizia il flusso migratorio all’estero e da Ubiale partono lavoratori per Francia, Svizzera e Belgio, ma anche per Africa e America.

Scorazzando nella storia si incontra questo racconto. Siamo nel seconda metà del ‘300, divampano ovunque le lotte fra guelfi e ghibellini che si traducono in atti di inaudita ferocia così elencati: “homicidi, percosse, ferite, incendii, rubarie, iniurie, villanie, adulterii, stupri, violentie, invasioni delle cose e delle terre, saccheggiamenti”. Nel castello di Clanezzo era signore Enguerrando Dalmasano ghibellino convintissimo, che divenuto padrone anche del castello sul Monte Ubione, “scendea ruinoso con le sue masnade come irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa or in quella terra nemica. E solo per la gioia di depredare i guelfi quell’anima feroce diguazzava”. Finché Pinamonte de Pellegrini da Capizzone organizzò la rivolta.

Dalmasano stava preparando scorrerie e saccheggi a Mazzoleni. Le spie di Pinamonte lo informarono di un movimento inusuale di militi armati. Pinamonte accese un falò sulla vetta di Valnera, uno sulle rupi di Bedulita, uno sui macigni della Cornabusa. Erano segni convenzionali: tutta l’Imagna comprese il significato. E i valdimagnini si radunarono e si nascosero in località Pasano vicino a Cepino. E rimasero in attesa del ritorno dei ghibellini dal sacco di Mazzoleni. Verso mattina i predatori fanno ritorno all’Ubione con il loro carico di vacche, pecore, derrate, masserizie. Ma Pinamonte li attacca veloce come una folgore: impreparati e sorpresi, i ghibellini subirono una rovinosa disfatta. Lo stesso Dalmasano se la cava a mala pena e con tale spavento che risalito in Ubione da lassù non scese più.

Emanuele Casali – L’Eco di Bergamo