Zogno – Ha puntato sul made in Italy, il Laboratorio del Carmine, e ha vinto. L’azienda di , che produce camicie per conto terzi, ma che ha anche una propria linea venduta direttamente nei due showroom di e , pur risentendo di una leggera flessione negli ultimi tre anni, può contare su un fatturato di 2 milioni di euro pressoché costante. Anzi, oggi in lieve aumento. «A cavallo degli anni Ottanta, appena si è aperto il mercato della Romania, abbiamo capito che in Italia determinate lavorazioni non si sarebbero più realizzate – spiega l’amministratore delegato Paolo Ruch, che opera nell’azienda di famiglia con i fratelli Carola, Lorenzo, Annalisa e Manuela, oltre alla vera creativa, la mamma Rosa Anna (i Ruch sono di origini svizzere) – e allora ci siamo rivolti ad un mercato di nicchia».

La produzione su misura
Il Laboratorio del Carmine non ha mai pensato di trasferirsi all’estero, «perché lavorare qui ha un valore aggiunto», prosegue Paolo Ruch. Ecco allora che nasce la produzione su misura: «All’interno dei negozi ci siamo ritagliati un piccolo spazio per clienti “speciali”. E negli anni è stato quello che ci ha ripagato». Ovviamente all’estero, dove il made in Italy piace e tanto: il 70% della produzione prende la via di Germania, Inghilterra, Francia, Austria, Belgio e Svizzera, per stare nella comunità europea, e poi Russia, Stati Uniti, Messico, mentre si sta studiando il mercato dell’Estremo Oriente con il Giappone.

«Funziona così – racconta Paolo Ruch – in ogni mercato che fiorisce c’è un primo momento in cui arrivano le griffe e aprono con le loro monomarche. Poi l’esigenza del cliente che se lo può permettere aumenta; non vuole più indossare un marchio e vestire come tanti. Punta al sartoriale italiano e sceglie il prodotto che può renderlo unico. Lì entriamo in gioco noi con la nostra professionalità, ogni nostra camicia è tagliata e cucita singolarmente».

Un occhio di riguardo alla
Il Laboratorio del Carmine pensa allo sviluppo futuro, anche a quello della : «Chi delocalizza – continua Ruch – porta via un pezzo di professionalità che poi si perde, significa che qui non ci sarà più ricambio di mano d’opera, perché non verrà formato altro personale». E allora, insieme ad altri imprenditori della Valle (pochi) ecco trovata la soluzione: «Lo scorso settembre con il sostegno di Confindustria e dell’Azienda di formazione professionale abbiamo avviato un corso per operatore dell’abbigliamento addetto alle confezioni industriali. Vedevamo la necessità di trasmettere queste forme di insegnamento. È la giusta da percorrere perché c’è anche un tessile avanzato che ha necessità di manodopera specializzata».

Oggi sono una quarantina le dipendenti de Il laboratorio del Carmine; il 30% hanno un contratto part-time. Per il 2012 Paolo Ruch ha un sogno: «Mi piacerebbe che ogni italiano riscoprisse e apprezzasse il valore del nostro lavoro e dei nostri prodotti. Non possiamo diventare tutti commessi dei centri commerciali».

Mariagrazia Mazzoleni – L’Eco di Bergamo

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