Boschi orobici poco sfruttati e abbandonati. Perché tagliare legna dalle nostre parti è poco remunerativo. I boschi sono poco accessibili, le imprese boschive autorizzate sempre meno – una ventina – e il legno che serve a segherie o all’unica oggi funzionante in – quella di – arriva prevalentemente da fuori provincia. Quello delle segherie anche dall’Est Europa o dalla Grecia. Boschi abbandonati (a cui si aggiunge lo spopolamento), quindi, col rischio, dietro l’angolo, del dissesto idrogeologico (leggi «frane e alluvioni»).

Bergamasca, 40% di boschi
L’allarme arriva da Confagricoltura ma anche dai tre Consorzi forestali oggi attivi nella Bergamasca, quello dell’alta , quello dell’Alto Serio e quello della Presolana. I dati forniti da Confagricoltura, in quello che l’Onu ha dichiarato Anno internazionale delle foreste: il territorio bergamasco è per il 40% coperto da boschi (circa 108 mila ettari), con le aree montane e pedemontane che presentano un indice di boscosità del 53%. Si tratta di boschi in prevalenza di latifoglie (71 mila ettari, ovvero il 25% del territorio provinciale) e di conifere (24 mila ettari, il 9%).

Ma gran parte di questo bosco, circa due terzi, è in pratica inutilizzato. I costi, in poche parole, sono troppo alti e la concorrenza del legname che arriva dall’estero, difficilmente affrontabile. Così le segherie preferiscono rivolgersi appunto a chi vende a prezzi inferiori.

Proprietà piccole
«Il nostro sistema forestale – dice il presidente di Confagricoltura Renato Giavazzi – non produce redditi significativi, anzi, in molti casi genera costi non coperti dai limitati ricavi sul legname».
Ciò nonostante nella Bergamasca e in tutta la Lombardia vi sono segherie, aziende di carpenteria, mobilifici e aziende che producono imballaggi e pannelli industriali, e ci sono o stanno per nascere centrali a biomasse (Sedrina già funzionante, Fontanella, ad esempio, in previsione). Ma il legno o gli scarti delle lavorazioni arrivano da fuori.

«Tra i motivi per cui il nostro legname è poco competitivo rispetto alle produzioni provenienti da altri Paesi europei o extra-europei – prosegue Giavazzi – c’è sicuramente l’estrema parcellizzazione delle proprietà boschive». «Al contrario – aggiunge il direttore di Confagricoltura Aldo Marcassoli – una gestione congiunta di vaste aree boschive, quindi con l’adesione, per esempio, ai Consorzi forestali dei proprietari più piccoli, consentirebbe di avere forme di meccanizzazione più adeguate: anziché il piccolo trattore mezzi con potenze maggiori, pur sempre adeguati all’ambiente e alle strade, però in grado di trasporti maggiori. Mezzi che i piccoli proprietari non possono permettersi. Ma la gestione congiunta consentirebbe di avere anche un generale miglioramento delle condizioni di lavoro degli operatori». E poi l’accessibilità. Spesso per portare via legna dai nostri boschi servono gru o addirittura elicotteri, con costi esorbitanti che rendono poi poco concorrenziale il prodotto finale. «In questo caso occorre una sinergia di tutti gli enti coinvolti nelle autorizzazioni – continua Marcassoli – per cercare di migliorare le strade rurali presenti nei nostri boschi».

«Occorre una politica forestale»
Confagricoltura propone poi un maggiore sviluppo della filiera legno-energia. «Anche da noi – prosegue Giavazzi – come in molti Paesi europei, la produzione di biomassa energetica potrebbe ridare fiato a un’ in crisi, creando i presupposti per un progetto imprenditoriale con risvolti ambientali positivi».

Ma anche qui, come recentemente sottolineato dal sindaco di Sedrina Agostino Lenisa rispetto alla centrale a biomassa del paese, occorre potenziare lo sfruttamento dei nostri boschi. Per evitare che decine di tir debbano correre sulle strade per portare tonnellate di legna. «Se non vogliamo andare incontro a un degrado totale del nostro patrimonio boschivo – conclude Giavazzi – occorre mettere in campo a breve termine una convinta politica forestale provinciale e regionale, adeguatamente sostenuta dalle istituzioni e promossa mediante una concertazione con tutti gli interessati alla filiera».

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di Bergamo