Blello vita di paese
Blello Articolo letto da 321 Utenti - Pubblicato il 2 Agosto 2007
Vita di paese
Molti mi chiedono perché ho abbandonato Milano per rifugiarmi in un paesino di 65 abitanti, senza alcuna comodità, dove per comperare il giornale bisogna fare cinque chilometri, e quando nevica è facile rimanere bloccati. Altri invece fingono di invidiarmi, e con retorica disumana cantano le lodi della natura come se la Val Brembana fosse un angolo dell’Arcadia dove i pastorelli sono felici e non ci sono merde di vacca sui prati, percorsi con passo leggero da ninfe e poeti.
In effetti la vita è diversa in questi luoghi, dove il tempo sembra girare ad un’altra velocità, dove gli echi della follia cittadina sembrano lontani, dove non ci sono code ai semafori, attese per l’ascensore, lavavetri marocchini, tram sferraglianti, gente con la schizofrenia del clackson. Venendo qui ho voluto ridimensionare la mia esistenza, cercare i ritmi della natura, e sicuramente è stata un’ottima terapia, certamente non dolce, ma d’impatto, capace di scuotere dentro. Qui la vita ha ancora un valore ma, soprattutto, non è sopraffatta dalla schizofrenia della rapidità, del tutto subito.
Appena arrivata mi sono data da fare, ho piantato le rose e seminato l’orto, ho ordinato la legna anche se non era stagione, ho voluto il pollaio. Lo shock grande è stato capire che la natura ha i suoi ritmi, e se ne frega se io ho voglia di mangiare l’insalatina novella a gennaio, o voglio le uova fresche a Natale. Ho percepito in modo drammatico che in città tutto viene vissuto come in un mondo “altro”, mentre in montagna l’uomo si deve adattare: è la natura che comanda, punto e basta, e se non riesci a entrare nel ritmo, allora conviene tornare in città.
Bisogna imparare ad apprezzare quello che c’è, quando c’è. E se si riesce, si viene immensamente ripagati. Non più rumori di auto, ma i campanacci delle mucche, non più lo stridio dei tram, ma il pigolare delle oche, non gli insulti ai semafori, ma il roco grido d’amore del fagiano. Non più smog, ma l’odore acre e grasso del letame maturo, non più la frenesia, ma la sensazione di benessere di stare sul prato a bere i raggi di sole di febbraio. Ma i piccoli comuni della valle Brembana non sono un’isola felice, anche perché l’unica isola felice è quella “che non c’è” di Peter Pan. Sono però luoghi nei quali, paradossalmente, si ha l’opportunità di non essere isolati, ci si saluta tutti, anche se non ci si conosce, ci si ferma a parlare, anche solo un attimo, senza la frenesia di rimettersi subito in moto, di correre verso qualcosa che non si sa bene dove sia. Tutti noi, ne sono convinta, abbiamo questo forte bisogno, atavico, inscritto, forse, nel Dna, solo che con la vita in città in moltissime persone si è assopito, si è addormento profondamente. Salta fuori ogni tanto, irrazionalmente, con una spontaneità che stupisce. Come ad esempio quando camminiamo in mezzo ai boschi, immersi alla natura, o semplicemente su una stradina di campagna, quando ci sentiamo in dovere di salutare tutti quelli che incontriamo. Perché solo in quei luoghi e non da altre parti? Perché nessuno si saluta quando ci si incontra su un marciapiede di corso Buenos Aires a Milano?
Il miocompagno sostiene che possiamo trovare una risposta nel nostro bisogno di sentirci parte di qualcosa, forse di ritrovarci come eravamo, come sappiamo che dovremmo essere. Perché c’era un tempo, neppure tanto lontano, in cui la gente conosceva il valore delle piccole cose, del poco che sembrava tanto: allora salutarsi e fare due parole era normale, così come era normale non interrompere quella catena di solidarietà che oggi sembra una cosa straordinaria. Spesso gli anziani ci dicono che una volta eravamo tutti più ignoranti, ma la gente si voleva bene. “Volersi bene”, per alcuni è roba da archeologia dei sentimenti, è romanticheria ottocentesca inventata dagli scrittori, per altri è solo una forma di ipocrisia, di ambiguità, per molti è un’utopia: eppure qualcosa di vero ci deve pur essere. Lo si trova ancora questo “volersi bene” qui in valle, dove la gente sa condividere il fardello della sofferenza, anche solo con un gesto o una parola. Si sa tutto di tutti, tutte noi abbiamo aspettato giorno dopo giorno la nascita della piccola Daniela, abbiamo trattenuto il fiato per la frana, abbiamo pianto per la tragedia di Linate dove ha perso la vita una famiglia che conoscevamo. Quando serve siamo tutti lì: come i volontari negli incendi boschivi, ognuno con il suo secchio, piccolo o grande che sia.
Vivendo qui, entrando a fare parte della piccola comunità, ho avuto una occasione unica nella vita: quella di poter ripartire dal piccolo per diventare grande dentro, il tutto senza illusioni, con semplicità, anche con fragilità. Recentemente il mio compagno è andato da Emanuele, il barbiere del paese vicino, si è seduto sulla poltrona e, per intavolare quattro chiacchiere gli ha chiesto: “Come và?” e lui ha risposto “Beh, stamattina ci siamo svegliati: è già una bella cosa”. All’improvviso ho avuto la coscienza profonda, fulminata da una verità lampante quanto semplice, che ho perso troppi anni a dar retta a false filosofie, a correre dietro ai miti della nostra generazione, il lavoro fisso, la bella casa, la macchina potente, le vacanze in luoghi di villeggiatura famosi, rinunciando alla libertà, consentendo alle illusioni del benessere materiale di divorare la nostra capacità di sentire la vita con autenticità, con semplicità.
Qui a Blello non sono diventata improvvisamente filosofa: ho solamente compreso nel profondo che tante filosofate non servono, è invece più utile badare a cose che sembrano banali e immediate, come raccogliere la legna nel bosco prima che piova, ma possono diventare poetiche, così come può diventarlo la vita. C’è sempre un posto migliore in cui vivere, sostengono i filosofi: però quel luogo da pensatori finisce per essere un paradiso fittizio, irreale, virtuale, introvabile, che crea disagi già sul piano immaginario, figuriamo cosa produrrebbe se fosse reale. Nei piccoli comuni come il nostro, al limite estremo della Val Brembana, non ci sono giacimenti d’oro, né pozzi di petrolio, non c’è gran che di lavoro, non vi sono possibilità di arricchirsi, ma il verde è ancora verde e basta aprire la finestra della sala per seguirne la metamorfosi, giorno dopo giorno, e ritrovare silenziosamente il rito delle stagioni. Da sempre.
Laura Rangoni Blello
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Inserito il 24 Ottobre 2007 alle ore 21:46 CEST
su la foto la casa i destra e la casa del nostra famiglia MUSITELLI in FRANCIA da uno secolo
Il mio nonno a nato qui avanti di andare in francia in 1900 e tutto la famiglia parla di questo ‘PIANE ‘ : la mia nonna MUSITELLI di MUSIDA, il mio padre FANTINI da GEROSA, la famiglia ANCONETTI da GEROSA per la mia spoza…
Questa casa e bella ;
grazie per questa foto
nostra famiglia a venduto la casa in 1958/1962