Zogno – Arrestato e poi 6 mesi a Cava dei Tirreni. Graziato su richiesta della figlioletta: le memorie della famiglia diventano un libro. La sera del 27 Ottobre del 1930 a Milano, un noto avvocato, ex ministro del Re, viene perquisito, arrestato e portato a San Vittore. Certo di essere subito liberato, trascorre invece una decina di giorni nel quinto raggio e viene poi spedito al confino. Destinazione Cava dei Tirreni. Vi resterà sei mesi. A volere la sua condanna e a stabilire la pena – si saprà dopo – è Benito Mussolini in persona. E l’ingiustamente confinato? É Bortolo Belotti: uno dei bergamaschi più celebri del secolo scorso.  Nato a nel 1877 da famiglia di solide tradizioni liberali, politico, giurista, storico (sua la monumentale Storia di e dei Bergamaschi scritta più tardi), al momento dell’arresto aveva già alle spalle tre legislature come deputato al Parlamento (con notevole impegno per far uscire la dalla grave arretratezza economica in cui versava), ed esperienze come sottosegretario al Tesoro, rappresentante dell’Italia alla prima assemblea della Società delle Nazioni (nominato da Giolitti), ministro dell’Industria e del con il governo Bonomi (fra il 1921 e il 1922, all’inizio dell’ascesa del duce), avendo poi preferito non ricandidarsi al turno successivo – le elezioni del 1924 – nelle quali i liberali si presentarono con i fascisti.

Se sin qui, la grottesca vicenda che aveva trasformato Belotti (che pur dichiarava di non essere fascista) in un «soggetto pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale dello Stato», era nota, tutto l’episodio viene ora offerto ai lettori dal protagonista. I due fitti quaderni riempiti da Belotti per ricostruirlo, gelosamente custoditi dalla figlia Bianca Maria (mancata nel 2008) e in precedenza dalla vedova, Angelica (spentasi nel 1988), sono infatti diventati un libro voluto dal nipote Gianluca La Villa: «Confinati dal duce – Memorie del mio confino a Cava dei Tirreni» (Gabrielli Editori, pp. 153, € 15). Si tratta di un memoriale, corredato di note e , interessante nella sua cifra morale forse ancor prima che come documento storico. Difficile non avvertire nell’uomo che lo ha scritto la forza degli affetti familiari e della fede, l’attaccamento alla terra d’origine, valori come la lealtà, la giustizia, la libertà concepita come il bene civile più grande. Non solo. Se sull’accusa formale che aveva procurato la «villeggiatura coatta» a Belotti, erano state già state date diverse versioni in altre fonti (gli si imputava di apprestarsi a collaborare a una futura rivista contro il regime insieme a Ivanoe Bonomi, e così si deduceva da una lettera – aperta dalla polizia politica – indirizzata proprio all’uomo che era stato presidente del Consiglio dal 1921 al 1922), la contestazione – ben si capisce da queste pagine – si allargava ad altro. Ad esempio ai cenni presenti nella stessa missiva, poco lusinghieri circa scandali amministrativi e finanziari dei quali tutta l’Italia parlava (a bassa voce) e denuncianti l’impossibilità di poter scrivere la storia del proprio tempo.

«Noi la storia la facciamo, non la scriviamo. Ho disposto perché quel signore abbia a veleggiare per il Tirreno, dove avrà tempo di riflettere sui suoi sentimenti», queste le parole che Mussolini avrebbe pronunciato a Roma già la mattina del 27 ottobre, presenti seicento federali fra il quali il ragionier Cristiani di Bergamo (che poi le riferì). Ma c’è di più, come fa notare Ivano Sonzogni nella postfazione a questo libro dove si registrano anche «mezze verità», si trattava in ogni caso di pretesti per neutralizzare un uomo che, pur ritiratosi dalla politica attiva, voleva solo restare fedele ai propri ideali. Non per nulla le carte della Prefettura milanese sulla proposta di confino accusano Belotti di nascondere «i veri suoi sentimenti di accanito antifascista e di sistematico oppositore del regime». Nel libro scorrono figure note o meno note, bergamasche e non. Il fratello Bernardino e altri familiari, l’ex compagno di liceo al Sarpi Carlo Vittorio Vitali. La cugina Tilde Pesenti Costa, Giuseppe Gavazzeni (padre del Maestro Gianandrea), l’avvocato Carlo Bana (definito «bel cuore bergamasco»), il valdimagnino Daina e il trevigliese Balestreri imprenditori che lavoravano vicino a Cava dei Tirreni, Angelo Brignoli, il «contino Suardi» e l’allora monsignor Gustavo Testa… Tutti ricordati nel loro prodigarsi o meno o non per risolvere la vicenda.

E poi ecco, Enrico De De Nicola e Giuseppe Paratore meno partecipi del dramma del compagno di partito, persino rispetto a fascisti ben noti a Belotti, come Carlo Maria Maggi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, e Antonio Stefano Benni, presidente della Confindustria. Ecco padre Fachinetti, confessore di Mussolini, Negrisoli testimone delle nozze del duce a , o Luigi Veratti, il medico del Cavalier Benito, che gli trasmette la prima delle due letterine della figlia di Belotti per chiederne la liberazione per il Natale del ’30.

Il 19 gennaio ’31 Mussolini farà sapere alla Direzione di Pubblica sicurezza, che, per rispondere a quella bambina, Belotti sarebbe stato liberato nella prossima Pasqua. Come avvenne. Prima di quella data – 5 aprile del ’31, nell’esultanza di Bergamo e della e con la stampa estera a darne notizia – una litania di umiliazioni qui descritte nei dettagli. In carcere. E, meno, al domicilio coatto di Cava dei Tirreni. A 800 chilometri da casa e dagli affari (con clienti importanti che si defilano). Sorvegliatissimo. Pur con «il conforto della vista del mare», del luogo dove «fu anche il nostro Tasso fanciullo», delle visite dei familiari, e di tempo a disposizione per tradurre in dialetto quei canti di Dante pubblicati l’anno dopo titolati provvisoriamente «Ricordo del mio confino a Cava dei Tirreni per i compatrioti bergamaschi e omaggio bergamasco a Dante».

Marco Roncalli – Corriere della Sera – Bergamo e Provincia

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