San Pellegrino Terme – Tutti assolti per la vicenda delle vendite all’incanto che venivano compiute all’interno del Grand di San . Lo ha deciso ieri il giudice dell’udienza preliminare Raffaella Mascarino. Assolti perché il fatto non sussiste, al termine di un processo con rito abbreviato, il sindaco Gianluigi Scanzi e Vittorio , presidente della srl, la società a capitale pubblico (95% Comune, 5% Provincia) che gestisce l’edificio, difesi dagli avvocati Claudia Zilioli e Mauro Angarano. Non luogo a procedere, invece, per i due indagati che avevano scelto il rito ordinario: l’ex tecnico comunale di San Filipczuk Bogumil, assistito dall’avvocato Gerardo Pozzi, e Domenico Allegretti, titolare della società milanese Mecenate che organizzava le aste per vendere oggetti di antiquariato all’interno dell’edificio , assistito dall’avvocato Pozzi e dall’avvocato Flaminio Maffettini. Il pm aveva chiesto 9 mesi a testa per Milesi e Scanzi e il rinvio a giudizio per Allegretti e Bogumil.

I quattro erano accusati, a vario titolo, di abuso in atti di ufficio e della violazione di una serie di norme che per il pm avrebbe portato a un presunto uso illecito di un edificio di valore artistico e storico. A Bogumil, inoltre, era contestato il falso ideologico per aver redatto una relazione che accertava, secondo l’accusa, l’agibilità in un immobile soggetto a degrado e dunque a rischio incolumità per chi vi accedeva.

La vicenda era scoppiata a fine agosto del 2007 con un sequestro preventivo e probatorio giunto al termine di un sopralluogo dei della sezione Tutela del patrimonio culturale di Monza. Nell’ottobre dello stesso anno, il gip aveva disposto il dissequestro perché nel frattempo doveva iniziare la grande opera di ristrutturazione che continua tuttora. L’indagine penale è pero andata avanti. All’inizio i quattro erano finiti sotto inchiesta per concorso in omissione d’atti d’ufficio: in pratica non avrebbero fatto interventi per scongiurare il degrado del vecchio albergo. Col tempo le imputazioni dell’indagine sono mutate. La Procura alla fine è giunta a contestare ai quattro l’uso improprio dell’edificio: insomma, per l’accusa sarebbe stato degradante utilizzare un immobile di siffatto valore architettonico per delle aste commerciali. Quest’uso improprio, aggravato secondo la Procura dal documento di agibilità parziale che avrebbe consentito l’accesso al Grand Hotel, avrebbe procurato un ingiusto vantaggio economico alla Mecenate. Le difese hanno però sostenuto che la società ha sempre pagato il canone, una media di 50 mila euro l’anno che la «Grand Hotel srl» utilizzava quasi totalmente per interventi di manutenzione dell’edificio. In più, hanno sostenuto le difese, le aste andavano avanti dal 1995 e nessuno, nemmeno il ministero dei Beni culturali, aveva mai trovato nulla da obiettare.

Per quanto riguarda l’agibilità, i consulenti dei difensori avevano fatto notare che, essendo l’edificio risalente al 1904, non doveva essere rilasciata l’agibilità. Di parere contrario, invece, i consulenti dell’accusa. Inoltre, per quanto riguarda il documento redatto da Bogumil, gli avvocati Pozzi e Maffettini hanno sostenuto che si trattava di un certificato di inagibilità parziale e non di agibilità parziale. Insomma, visto che fino ad allora il Grand Hotel era stato totalmente agibile, l’allora tecnico comunale limitando l’accesso al pubblico a 8 ore e solo a uno dei piani dell’edificio, avrebbe ridotto sensibilmente l’agibilità, e non viceversa.

«Sono soddisfatto per l’assoluzione, ma anche amareggiato per come funziona la giustizia – commenta il sindaco Scanzi –. Le aste erano pubblicizzate con tanto di inserzioni sui giornali, anche carabinieri e questura lo sapevano». «Comune e Provincia hanno fatto l’impossibile per trovare risorse necessarie al rilancio in grande stile del Grand Hotel – spiega Milesi –. Alla fine, con grande sforzo, le abbiamo trovate, ma non tutte. Ecco, lo Stato non dà risorse e poi chi s’è impegnato a reperirle si trova accusato di aver deturpato un bene di valore architettonico. In questa vicenda consola riconoscere che almeno i giudici sanno giudicare. Ma, sinceramente, questa vicenda a processo non doveva nemmeno arrivare».

L’Eco di

GRAND HOTEL DI SAN PELLEGRINO TERME