Oltre il Colle – Almeno una ventina in vetta. In condizioni simili nel 2000 morirono in quattro. Sabato un escursionista si è ferito scivolando. Domenica scorsa per la Regione il rischio valanghe era marcato. C’è chi ha attraversato canaloni sopra lastre gelate. Domenica scorsa il Centro nivometeorologico di Bormio dava, anche per le , un grado marcato di rischio valanghe (quota 3 su una scala da uno a cinque; oggi e domani è previsto un rischio 2, ovvero moderato): forse, come sostengono i più esperti, sul monte Arera, a , il pericolo di slavine non era così elevato come sul resto delle Alpi lombarde, ma lo strato gelato, formatosi in questi giorni dopo la pioggia in quota, avrebbe potuto sicuramente rendere la salita insidiosa.

E domenica l’Arera era comunque «affollato» di escursionisti e alpinisti: almeno una ventina – dice il rifugista del «Capanna 2000» Attilio Rizzi – che si sono diretti verso la della montagna, oltre i 2.500 metri di quota. Qualcuno lungo la via normale, più facile e meno pericolosa, dice sempre chi conosce l’Arera, mentre sette alpinisti, quasi certamente esperti, hanno preferito tagliare la base della montagna, attraversare un canalone e salire verso la vetta lungo la cresta. Cosa che ha lasciato stupiti ma soprattutto preoccupati quanti, invece, si sono fermati proprio al rifugio, rinunciando a eventuali ascese. Una salita seguita in diretta dal basso da altri escursionisti, tra cui Maurizio Andreozzi che ha poi raccontato sul web l’episodio di domenica, e socio del Centro meteorologico lombardo e conoscitore dell’Arera. «Tanti escursionisti – dice Andreozzi – hanno scalato l’Arera. Quasi tutti partiti dal “Capanna 2000” salendo per la cresta fino all’antecima e alcuni fino alla croce: pericoloso, sicuramente, perché era proibito cadere, ma comunque non si era esposti a valanghe o scivolamenti di lastre, almeno fino all’antecima.

Diversamente da altri sette alpinisti che, nonostante la recente tragedia del Trentino, anche se espertissimi, hanno percorso una via che d’inverno è rischiosa. E nonostante il marcato pericolo valanghe hanno attraversato il canalone principale dell’Arera a quota 2.000 metri. La temperatura era di tre gradi sottozero, il manto coeso ma sempre pericoloso. Bastava che in alto gli altri alpinisti facessero scivolare qualcosa e la slavina era possibile. Io e tutti quelli che hanno seguito la traversata da lontano eravamo preoccupati che potesse succedere qualcosa».

«Il rischio sul monte Arera oggi è dovuto soprattutto al ghiaccio più che alle valanghe – dice Marco , guida alpina di Dossena –. Le valanghe si erano già scaricate nei giorni scorsi, poi ha iniziato a piovere, anche fino a 2.000 metri, e da Natale le temperature sono di nuovo scese sotto zero. Molto probabilmente si sono formate lastre gelate: e ora, queste, rappresentano l’insidia principale per chi vuole salire in montagna». Proprio la neve gelata, sabato scorso, ha tradito un escursionista della diretto alla vetta dell’Arera. «Anche se aveva i ramponi – dice Astori – è scivolato ugualmente sul ghiaccio, si è rotto un polso e i legamenti». «Pure quando si cammina su lastroni gelati – spiegano dal Centro nivometeo di Bormio – il pericolo può esserci: oltre al rischio di scivolare, il peso delle persone può rompere il ghiaccio: sotto c’è neve e la valanga può ugualmente staccarsi».

«Ai sette alpinisti sull’Arera è andata bene – prosegue Andreozzi – ma l’episodio di domenica ci ha fatto ricordare i quattro escursionisti che persero la vita, sempre sull’Arera, nel dicembre del 2000». «Alcuni hanno tentato di far desistere gli alpinisti dal salire – continua Andreozzi – ma non c’è stato verso. Se fossi stata una guida alpina non avrei fatto proseguire nessuno». Era il 17 dicembre 2000 e il monte Arera, secondo gli esperti, aveva condizioni abbastanza simili a quelle dell’altro ieri e di questi giorni: un velo di ghiaccio sopra la neve, «seppure domenica non così liscio», sostiene il rifugista del «Capanna 2000». Allora quattro alpinisti esperti e adeguatamente attrezzati scivolarono: per loro non ci fu scampo.

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di Bergamo