Sussia – Di lui si conoscono ben pochi ritratti. Tre o quattro fotografie in tutto, ma l’immagine più nota assunta quasi a simbolo dell’alpinismo , è la foto scattata ad Antonio Baroni nel 1908. Si vede un uomo nello splendore di una vecchiaia che non lo aveva piegato nonostante una vita dura, di grandi fatiche e sacrifici. Il fotografo lo aveva messo in posa ma non c’è niente di artificioso nella sua figura: la corda di canapa ben sistemata, lo zaino, il cappello dall’ampia tesa; di lui colpiscono soprattutto due aspetti: lo sguardo limpido e fiero, le mani che da come stringono il ferro della massiccia piccozza rivelano una grande forza. Aveva 75 anni. Un secolo fa Antonio Baroni moriva nella sua casa a Sussia, un ritaglio di verde sopra San Terme. Era il mattino del 21 aprile 1912. Ieri è stato ricordato con una Messa nella chiesetta di San Michele a pochi metri dalla sua antica casa: un angolo di quiete in Val Brembana, che nell’arco della sua vita non aveva mai lasciato.

Aveva salito una infinità di cime esplorando creste e nuove vie delle e spingendosi pure tra le montagne della Val Masino e della Val Grosina, oltre che nel massiccio del Disgrazia, ma alla vecchia casa di Sussia dove era nato nel 1833 era sempre tornato. Figlio di modesti contadini – Giuseppe e Anna Maria Oberti – la sua esistenza non si era discostata di molto da quella dei genitori. Un montanaro che ricorreva alle risorse di quel vecchio borgo a mille metri di quota, unito a San Pellegrino Terme da una mulattiera, con prati e macchie di bosco, giusto per allevare un paio di mucche, falciare e mettere da parte il fieno, fare scorta di legna per l’inverno. Poche risorse, utilizzate con grande parsimonia.

Viene descritto come contadino, boscaiolo, . Forse fu proprio dalla pratica della che incominciò ad avventurarsi su per le montagne di casa per poi spingersi sempre più in alto. Ed è probabile che non sia poi tanto un aneddoto il fatto che un giorno venga indicato come contrabbandiere. Forse fu pure un cercatore di minerali, cui un tempo si dedicavano numerosi montanari. Erano a loro modo degli esploratori spingendosi nei luoghi più impervi. E che avesse un occhio esperto ed esercitato lo rivela la storia del rarissimo fossile conservato al Museo di Sciente Naturali di .

Nel 1902 Antonio Baroni si presentò al prof. Enrico Caffi, sacerdote e grande studioso della natura e della geologia delle Orobie, fondatore del museo ora in Cittadella. Teneva in un involto un pesciolino fossile, lungo circa 5 centimetri e dalle scaglie ancora ben visibili.
Lo aveva trovato non molto lontano da casa, in località Vettarola, tra strati di calcare appartenenti a un’epoca remotissima: al triassico superiore, ossia a 220 milioni di anni fa. Il prezioso reperto aveva subito richiamato la sua attenzione, lo aveva raccolto e invece di tenerselo lo portò al prof. Caffi, il quale ne individuò presto l’importanza. Il pesciolino, dedicato al Caffì – «Polidophorus caffii» – è l’unico esemplare al mondo della sua specie.
Non si conoscono le circostanze in cui il montanaro di Sussia incominciò ad andare in non per far legna o per cacciare ma per il piacere di arrivare fino in vetta.

Probabilmente lo aveva fatto altre volte, per autentica passione, o anche per accompagnare qualche cittadino che incominciava a cimentarsi con le nostre montagne, ma la prima sua salita di cui resta testimonianza risale al 1875. Il 16 aprile, in compagnia di Emilio Torri, di Calvenzano, il cui nome compare più volte tra i pionieri dell’alpinismo sulle Orobie, raggiunge la vetta del . Un mese e mezzo più tardi, il 1° giugno, sempre con il Torri, è la volta dell’Arera. Non si tratta di prime salite – allora queste imprese venivano definite «turistiche» – perché sull’Arera, ad esempio, c’erano già stati i topografi dello Stato Maggiore austriaco.

La prima vera salita, sempre con il Torri, è quella delle due punte della Presolana Orientale. Era il 24 settembre 1875 e si stava diffondendo la sua fama di alpinista esperto, coraggioso e al tempo stesso prudente. Lo si può già definire una guida completa, alla quale i compagni di salita si affidavano fiduciosi. Non c’era ostacolo insormontabile. Se un passaggio in parete lo metteva in difficoltà e gli scarponi chiodati non gli davano sicurezza, li toglieva e saliva a piedi nudi.

Sfogliando annuari, diari di guida, annotazioni di alpinisti con i quali era andato in vetta, il Cai di Bergamo ha ricostruito la lunga carriera di questa guida, simbolo dell’alpinismo sulle Orobie, e non solo. Le sue ascensioni, con prime su tutte le maggiori cime delle Orobie, si contano a decine e decine. Fu il primo a salire il Coca e lo Scais.
La sua fama si diffuse. Divenne la guida preferita del conte Francesco Lurani di , che per anni lo volle con sé nelle ascensioni sui monti del gruppo Albigna-Disgrazia. Nel luglio del 1878 con il conte Lurani salì in vetta al Disgrazia, per una via che venne dedicata al suo nome. «Per noi – sottolinea Paolo , past presidente della Sezione Cai di Bergamo – è un esempio che vale per il passato e per l’oggi. Si può dire che tutti gli alpinisti bergamaschi, e non solo i più grandi, non possono non averne le orme. Anche per il futuro».

L’Eco di Bergamo