Sì, la vita all’alpe è sempre dura. Ma contrariamente al passato, sono sempre più numerosi gli escursionisti che, passando accanto al gregge guardato a vista dal pastore e dai cani, si ferma e dice: «Mi piacerebbe». Quasi una nostalgia per un genere di vita che consente il contatto con la natura e la , un mondo genuino di cui chi vive in città sente sempre di più la mancanza. Forse anche per questo tra le nuove generazioni c’è chi prova interesse per questa attività e, a volte, compie il grande passo: lascia tutto per l’alpeggio.

A questa realtà è dedicato un articolo nel numero di luglio di Orobie, il cui titolo - Giovanotti in alpeggio - gioca un po’ tra la scelta di alcuni giovani e un personaggio fotografato, che sembra in tutto e per tutto a un arcinoto cantautore: Jovanotti (al secolo Lorenzo Cherubini). Il fotografo Fabio Proverbio, autore delle immagini che accompagnano l’articolo, si è appassionato al mondo degli alpeggiatori e li ha seguiti per alcune stagioni sui pascoli delle Orobie. ne è uscito un servizio che è un grande documento di vita. Ed è da queste immagini che qua e là affiora il «ritorno» del giovani all’alpeggio.

Alcuni per continuare la tradizione di famiglia, altri che invece hanno scelto questa attività dopo aver lavorato in fabbrica. E se si chiede loro il perché la risposta è sempre sullo stesso tono: «Meglio qui che l’ossessione degli orari». Ma non è che all’alpe sia tutto rose e fiori, orari compresi. Perché ci sono le mille incombenze della giornata: dalla mungitura all’alba a quella del tramonto, alla lavorazione del formaggio, alla cura delle bestie, alle provviste per sé e per gli altri.

Ma la storia dell’«altro» Jiovanotti, ossia Alfio Sassella che si era sì diplomato perito meccanico e che era andato in fabbrica. Ma il suo cuore era altrove. E ad un certo momento la scelta: basta lavoro sicuro per l’alpe. «E non cambierei per nulla al mondo».

L’Eco di Bergamo