Pergamene alle giovani sorelle Carminati. «Tanti sacrifici ma anche noi andiamo in discoteca» E la «Festa del ritorno» premia anche due settantenni: «Qui si scopre ciò che conta nella vita». «Divise» tra stalla e discoteca: fare le allevatrici a vent’anni, 365 giorni all’anno, senza tralasciare divertimenti e amici, si può. Karin Carminati, 19 anni, e la sorella Fabrizia, 21, di Blello, trascorrono tutta l’estate in alpeggio, ai 1.600 metri dei Piani d’Alben, in Val Taleggio, ma, nonostante i sacrifici che il lavoro di montagna impone, non dimenticano di essere giovani.

Il «cliché» dell’allevatore che non ha tempo per fare altro, sempre a mungere e fare recinti per gli animali, non si addice a loro. E, consapevole che questo è il modello da valorizzare per garantire il futuro economico della valle, il Comune di Taleggio ha voluto premiare proprio Karin e Fabrizia per la loro passione.

Lo ha fatto alla serata finale dell’annuale «Festa del ritorno» a Sottochiesa, il raduno organizzato dai Comuni di Taleggio e Vedeseta e dedicato agli allevatori, in particolare a coloro che tornano dai pascoli d’alta quota. Insieme a Karin e Fabrizia – in questa sorta di «alpeggio in rosa» che caratterizza Taleggio e Vedeseta – il riconoscimento è andato alle due più anziane alpeggiatrici della valle, Lidia Arrigoni, 69 anni, di Vedeseta, e Rachele Pesenti Campagnoni, 74, di Olda, quindi a Francesco Antonio Locatelli, 44, di Sottochiesa, e a Sergio Vitari, 52 (figlio di Rachele), di Olda.

Val Taleggio i premiati

«Andiamo in alpeggio e aiutiamo nel lavoro la nostra famiglia (sei tra fratelli e sorelle più i genitori, ndr) fin da bambine – dicono Karin e Fabrizia – e questo non è mai stato un ostacolo per le nostre amicizie o per le serate di divertimento. Da Blello ci spostiamo spesso a Sant’Omobono. E come tutti i giovani usciamo il venerdì o il sabato sera, in discoteca e nei pub. Niente di diverso da una vita normale, se non che il nostro lavoro richiede sicuramente un po’ più di sacrificio e di tempo».

Levata la mattina alle 6, quindi la mungitura (in alpeggio ancora tutta a mano), poi i lavori ai recinti, le manutenzioni alle baite, le pulizie e di nuovo la mungitura prima di sera. Tutto l’anno. E in montagna le sorelle Carminati portano fino a 300 capi. Eppure qualche giorno di vacanza al mare l’hanno fatto. «Conciliare il nostro lavoro con le amicizie e qualche pausa si può, basta organizzarsi», dicono. E il futuro? «Per ora è qui, in azienda, e ci piace – dice Karin, con un diploma di operatrice d’ufficio –. Ma nella vita non si sa mai».

Certo, la vita da alpeggiatrici di Karin e Fabrizia è ben diversa da quella vissuta da Lidia e Rachele, le ultime due anziane donne della Val Taleggio rimaste a pascolare in alpe. Entrambe con un ricordo significativo legato al proprio matrimonio. «Non feci nessun viaggio di nozze – ha detto Lidia rispondendo al sindaco Alberto Mazzoleni durante la premiazione –. Dopo due giorni dal matrimonio ero già al lavoro nella stalla». E Rachele: «Appena dopo sposata andai in baita: non c’erano materassi e dormii in un letto di foglie».

Eppure per loro vale ancora la pena fare questo lavoro. «Il sacrificio a contatto con la natura – continua Rachele – ti fa capire le cose che nella vita hanno valore. E finché Dio vorrà continuerò a salire in alpeggio». Modelli, quelle delle due giovani e delle due anziane, che il Comune di Taleggio ha voluto premiare. «La mostra zootecnica – spiega il sindaco Mazzoleni – è dedicata soprattutto alle vacche. Mancava, invece, un momento per gli allevatori e in particolare per gli alpeggiatori. Per questo abbiamo voluto premiare chi col proprio lavoro contribuisce a mantenere vivo il territorio e le tradizioni più autentiche della valle Taleggio».

«L’attività di questi allevatori e il premio che ricevono – continua Mazzoleni – sta a significare che in valle si può ancora lavorare, con soddisfazione, con redditività e con una buona qualità di vita. I ritmi e le difficoltà non sono più quelli di una volta e l’attività, soprattutto per i più giovani, può conciliarsi col tempo libero. Ma il lavoro di alpeggiatore richiede ancora, comunque, tanti sacrifici. E questo merito andava loro riconosciuto».

Giovanni Ghisalberti - L’Eco di Bergamo

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